Le affinità elettive: consigli per lettori curiosi

I suggerimenti della redazione di Rebeccalibri

Non legare il cuore. La mia storia persiana tra due paesi e tre religioni, Farian Sabahi, Solferino 2018, euro 15,00 €, pp. 240

http://www.solferinolibri.it/libri/non-legare-il-cuore/

Il genero iraniano si concede un caffè e la suocera piemontese ne approfitta per prendere la neonata, salire nella cappella al primo piano della clinica e farla battezzare all’insaputa dei genitori.

È l’evento che segna la vita di Farian, figlia di uno dei primi matrimoni misti degli anni Sessanta. Dalle sponde del Tanaro alle rive del Mar Caspio, dai monti Elborz alle colline del Monferrato, Farian cammina su un filo teso tra Oriente e Occidente, scoprendosi discendente dal Profeta Maometto secondo la tradizione sciita, sentendosi bollare come «bastarda» dal professore di religione. Sempre straniera, nomade. Sarà la nascita del figlio Atesh a innescare le domande cruciali sulla fede: per lui, e per se stessa. Così, Farian parte per un viaggio nella memoria e ci porta con sé. Sono mille i colori di questo racconto che intercala lessico persiano e dialetto piemontese, tessendo l’ordito e la trama di una vita che unisce Paesi ed epoche all’apparenza inconciliabili: dall’Italia degli anni di piombo all’Iran della Rivoluzione di Kh

omeini, e a ritroso nel regno dello scià e nell’Azerbaigian travolto dall’Armata rossa.

Quale religione, quale pensiero filosofico, quale appartenenza può comporre le differenze? Forse la libertà che Farian ha fatto sua fin da piccola, in famiglia e con la docente di filosofia del liceo. Una libertà morale e spirituale difesa a oltranza, che trova espressione nel sufismo ma non abita nei dogmi di una confessione.

 

Viaggio in Africa, Giorgio Manganelli, Adelphi 2018, euro 7,00 €, pp. 78, a cura di Viola Papetti

https://www.adelphi.it/libro/9788845932755

«L’europeo che dopo un viaggio africano – non, o non solo la policroma e affollata Africa mediterranea, ma le terre più aspre e solitarie dell’Africa oltre il Sahara -, ritorni ad osservare e a meditare le immagini della sua terra di origine, si accorgerà di interpretarle in modo profondamente mutato. Ha lasciato un continente, e ritrova una sterminata città di dimensioni continentali, divisa in quartieri di nazioni, appena consolata dagli esigui e condizionati “spazi verdi” che già considerava “campagna”; una città stordita dai propri frastuoni, asfissiata dalle deiezioni industriali, percorsa da mezzi sempre più impaludati in una trama anelastica».

A Manganelli, che nel 1970 la attraversa dalla Tanzania all’Egitto portandosi appresso l’immagine illusoria e il cliché cinematografico elaborati dal disagio europeo, l’Africa si rivela d’improvviso. Pachiderma planetario dove l’uomo è un’eccezione, affida la sua dignità non allo splendore di monumenti intimidatori, ma a simboli inconsapevoli, «intensamente araldici»: gli animali. E il viaggiatore, di fronte a quella minacciosa intensità, non può che sentirsi «esotico ed estraneo», affascinato, allarmato. È uno choc che lascerà tracce profonde: sulla via del ritorno, il Partenone apparirà a Manganelli un gesto di «violenza ragionevole nei confronti della stessa demonicità greca».

 

La caduta dei Golden, Salman Rushdie, Mondadori 2017, euro 23,00 €, pp. 452, trad. Gianni Pannofino (ed. Oscar 2018, euro 14,50)

https://www.librimondadori.it/libri/la-caduta-dei-golden-salman-rushdie/

“Nel giorno dell’investitura del nuovo presidente, quando noi temevamo che potesse essere assassinato mentre camminava mano nella mano con la sua eccezionale consorte tra ali di folla acclamanti, e quando tanti di noi erano sull’orlo della rovina economica a seguito dell’esplosione della bolla dei mutui, e quando Isis era ancora una divinità-madre egizia, un ultrasettantenne re senza corona arrivò da un paese lontano a New York con i suoi tre figli senza madre per prendere possesso della sede del suo esilio, fingendo che non ci fossero problemi nel suo paese, nel mondo o nella sua storia personale.”

Nero Golden, è basso, perfino tozzo, con i capelli tinti tirati all’indietro ad accentuare il suo picco del diavolo, ha occhi neri e penetranti, avambracci da lottatore, terminanti in grosse mani pericolose, cariche di massicci anelli d’oro tempestati di smeraldi. Suona il violino, ha il culto dell’antica Roma e vive nella lussuosissima “Golden House”, una Domus Aurea piazzata nel centro del Greenwich Village. Nerone, imperatore megalomane e paranoico, è il suo modello, e noi siamo avvertiti: qualcosa prima o poi brucerà.

Salman Rushdie racconta una storia fatta di figli predestinati e sfortunati, amori intriganti, segreti e confessioni inattendibili. Racconta la New York degli oligarchi russi, il terrorismo, le fake news e la finzione che vince a mani basse sulla realtà, l’ascesa di un presidente mitico e di un miliardario che assomiglia tanto alle caricature cinematografiche. E ci trascina davanti a un vertiginoso interrogativo: quando il confine tra la pagina e il palcoscenico è superato, siamo sicuri di saper ancora distinguere tra una fantasia pericolosa e la realtà deviata?