Parlami di battaglie, di re e di elefanti (Mathias Énard, Rizzoli 2013)

Un consiglio di lettura al giorno dalla nostra rubrica "Affinità elettive"

13 maggio 1506: Michelangelo sbarca a Costantinopoli, da cinquant’anni capitale dell’impero turco. Ha lasciato Roma, irritato con papa Giulio II che gli preferisce altri artisti, per accettare l’invito del sultano Bayazid il Giusto, che gli offre un compito e una sfida: disegnare un ponte che unisca le rive del Bosforo. Lo stesso progetto era stato affidato vent’anni prima a Leonardo da Vinci, e Michelangelo trova irresistibile la prospettiva di riuscire là dove il rivale ha fallito. Il fascino della città d’oro e di spezie lo avvolge e lo ammalia fin da subito: e tra paggi, schiavi, soldati, elefanti, scimmie, taverne oscure e freschi cortili si fanno avanti due figure ambigue e incantevoli che avvincono l’artista con il potere della danza, del canto, della poesia. Sempre in bilico tra invenzione e ricostruzione storica, questo romanzo è il racconto di un sogno: quello dell’incontro – possibile e mancato – fra il genio del Rinascimento e la magia dell’Oriente.

Scrive Isabella Mattazzi su Alias: “Le fonti storiche si riducono, oltre a qualche scarno dato, a uno schizzo del ponte trovato negli archivi ottomani e attribuibile con ogni probabilità alla sua mano. Per tutto il resto supplisce la fiction, il racconto, la parola di Énard come atto arbitrario di creazione e meraviglia. La parola è infatti, a ben guadare, il vero, potentissimo organo regolatore del romanzo. […] Nel libro non sembra esserci alcuno scampo di fronte al fascino della narrazione”. Leggere il primo capitolo per credere.

“La notte non comunica con il giorno. Ci brucia dentro. All’alba la portano al rogo. Insieme con le sue creature, i bevitori, i poeti, gli amanti. Siamo un popolo di confinati, di condannati a morte. Non ti conosco. Conosco il tuo amico turco; uno dei nostri. Sparisce pian piano dal mondo, inghiottito dall’ombra e dai suoi miraggi: siamo fratelli. Non so quale dolore o quale piacere l’abbia spinto verso di noi, verso la polvere di stelle, forse l’oppio, forse il vino, forse l’amore; forse qualche oscura ferita celata fra le pieghe della memoria. Vorresti unirti a noi. La paura e lo sgomento ti gettano fra le nostre braccia, e li tenti di rannicchiarti, ma il tuo corpo duro resta aggrappato alle sue certezze, respinge il desiderio, rifiuta di abbandonarsi. Non ti biasimo. Abiti in un’altra regione, un mondo di forza e di coraggio dove pensi di poter essere portato in trionfo; credi di ottenere il favore dei potenti, cerchi la gloria e la ricchezza. Eppure quando giunge la notte tremi. Non bevi, perché hai paura; sai che il bruciore dell’alcol ti rende fragile, inesorabilmente ti spinge a cercare carezze, una tenerezza scomparsa, il mondo perduto dell’infanzia, la soddisfazione, la calma di fronte alla scintillante bellezza del buio. Credi di desiderare la mia bellezza, la mia pelle delicata, il fulgore del mio sorriso, le mie ossa sottili, il carminio delle mie labbra, ma in realtà senza saperlo desideri soltanto che svaniscano le tue paure, desideri la guarigione, l’unione, il ritorno, l’oblio. Questa forza dentro di te ti divora nella solitudine. Allora soffri, perso in un crepuscolo infinito, un piede nel giorno e l’altro nella notte.”