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Le grandi case editrici hanno smesso di puntare sugli esordi?

di Vanni Santoni

Da quando mi sono ritrovato a dirigere una collana di narrativa distintasi negli anni anzitutto per lo scouting e la scoperta di nuovi autori, mi sono interessato con sempre maggiore attenzione alla questione dell’esordio: una collana, del resto, più che dalle intenzioni di chi la cura, prende la propria identità dai primi libri che pubblica.

Capita però un giorno, durante una presentazione della collana presso una scuola di scrittura ed editoria, che una ragazza del pubblico alzi la mano e mi dica, “Sicuro che dieci anni fa i vari Barison, Labbate, Bernardi, li avresti presi tutti tu?” Era una domanda interessante, che onestà intellettuale imponeva di prendere sul serio. Alcuni dei nove romanzi pubblicati fino a quel momento non erano invisibili: avevano vinto o ricevuto menzioni a premi per esordienti, erano rappresentati da agenti di peso o giungevano comunque da autori che avevano scritto racconti su riviste letterarie lette dagli addetti.

È naturale che la fede nel proprio lavoro porti a darsi ogni merito, ma io stesso avevo notato una tendenza generale del campo editoriale, che quella domanda in qualche modo rimarcava: se prima le cosiddette major lanciavano esordienti con una certa facilità, adesso si facevano sempre più scrupoli, al punto che un libro evidentemente eccellente e già piuttosto compiuto come Dalle rovine di Luciano Funetta era stato rifiutato da una ventina di case editrici prima di arrivare da noi.

Che il decennio da poco trascorso, quello in cui mi ero formato prima come autore e poi come editor, e che quindi era la mia “acqua”, fosse in realtà un’anomalia? Che avessimo appena vissuto una sorta di “bolla degli esordienti”? Una bolla che adesso era esplosa, facendo tornare la funzione di ricerca e sviluppo ai piccoli editori e rendendo nuovamente molto difficile l’esordio con una major? C’era un solo modo per appurarlo: chiedere a chi c’era da prima di me.

Carlo Carabba, editor-in-chief narrativa italiana Mondadori

Negli anni in cui cominciavo ad approcciarmi all’editoria come mestiere cadevano esordi estremamente fortunati: Saviano, Giordano, che al debutto vinse pure lo Strega, Avallone, Piperno… Fortunati al punto che tutti gli editori volevano avere il loro esordiente, e per un po’ l’esordio era percepito quasi come un genere a sé. Il che è ovviamente assurdo, anche se è vero che l’esordio, nel mondo delle lettere, è un concetto cardinale: il primo libro di un autore lo definisce, sempre.

L’arrivo sul mercato di Gomorra, e poco dopo della Solitudine dei numeri primi, romanzi da un milione di copie, venduti in tutto il mondo, oggetto di film e serie TV, avevano stravolto tutti gli assiomi sulle possibilità commerciali di un esordio. Ma è sbagliato, nell’industria culturale, ragionare tramite tendenze, essendo da sempre il regno dell’imprevedibilità. I libri sulla camorra non interessavano a nessuno, poi è arrivato Gomorra; i film sui pirati a Hollywood erano tabù, poi improvvisamente hanno cominciato a funzionare… Così gli esordi: una volta l’esordio era anzitutto un rischio, poi è diventato un’opportunità.

Ma a parte il caso di Acciaionessuno è riuscito a ripetere ciò che aveva fatto Mondadori, ai tempi diretta da Franchini, con quei due libri—a parte Mondadori stessa, con Piperno e D’Avenia. Molti esordi sono stati addirittura considerati dei flop, nonostante avessero fatto numeri che normalmente sarebbero stati considerati decorosi per un nuovo autore: ma ormai si era formato un paralogismo secondo cui esordio = best seller. Il che, pure, è assurdo: e tuttavia ha generato questa cosiddetta ‘bolla degli esordienti’.

Dall’altro lato, però, non possiamo dimenticare che la più grande ricchezza di una casa editrice, nonché la cosa più bella del lavoro di editor, è proprio il trovare nuovi talenti e farli crescere, esattamente come nel calcio il massimo è tirare su un campione dal vivaio. Quindi, continueremo a cercare. Quello che invece non è sano, e va certamente evitato, è il tutto-e-subito, il pretendere da un esordiente il botto al primo libro: è necessario tornare a ragionare in termini di percorso autoriale, anche perché è sempre più difficile, anche per le case editrici più grandi, comunicare i libri a comando.

Antonio Franchini, direttore editoriale Giunti

Penso sia oggettivo il fatto che si è assistito a un periodo, stimabile tra il 2005 e i primi anni dieci, in cui si è vista una grande fioritura di esordienti, a partire dai casi di Roberto Saviano e Paolo Giordano. Sono d’accordo con Carlo nel pensare che l’esordiente di successo resti il massimo traguardo per un editor: è il vero e proprio trionfo editoriale, che appaga ogni istinto pigmalionico proprio del mestiere dell’editore. Creare un successo ex novo, dare vita a un autore che non esisteva prima, è una cosa bellissima. Da sempre l’esordio di successo è il sogno dell’editore, sarà sempre così, ed è giusto così.

Detto ciò, non sottovaluterei la questione del corrispettivo economico: l’esordiente costa meno. Quindi c’è una convergenza di ragioni ideali ed economiche che rendono gli esordienti comunque appetibili per un editore. È vero che dopo il 2011 non ci sono stati esordi di significativo rilievo commerciale, ma è difficile dire se sia accaduto perché non cercati, perché quelli davvero buoni erano stati intercettati prima da piccole case editrici o perché sono stati bruciati. È troppo facile ragionare a posteriori: quando un libro d’esordio lanciato da un tale editor funziona, si parla di genio editoriale; quando un altro, magari di pari valore, non funziona, allora si accusa l’editor di aver mandato allo sbaraglio un giovane ingenuo.

In questi anni molte cose sono cambiate, e questi cambiamenti si riflettono anche nella gestione degli esordi: il mercato italiano degli autori sta maturando, assomiglia sempre più a quello anglosassone, anzitutto nel fatto che si compra di più dagli agenti. In America già trent’anni fa nessun editore prendeva in considerazione un libro mandato direttamente dall’autore alla casa editrice, e col proliferare di aspiranti autori che abbiamo in Italia è normale che si vada sempre più in quella direzione. Tra l’altro, se un editore trova un nuovo autore privo di agente è pure più contento, dato che finirà per spendere meno di anticipo, ma ormai è sempre più raro che un esordiente consapevole si metta a mandare manoscritti a casaccio: cercherà prima un contatto diretto con l’editor, magari collaborando con riviste, oppure si rivolgerà a un’agenzia, o entrambe le cose.

Luigi Brioschidirettore editoriale Guanda

Trovo condivisibile quanto dice Franchini circa la crescita di rilievo delle agenzie letterarie rispetto alla selezione degli esordienti e degli autori in generale. Circa il quadro complessivo, la sensazione che ho è che, se da un lato l’esordio non ha più quel vigore inusuale che mostrava una decina d’anni fa, non ci sarebbe tanto una disaffezione verso i debuttanti da parte del pubblico, quanto piuttosto da parte degli editori. Quello che vale la pena chiedersi è se si tratti di sopravvenuta diffidenza o di semplice prudenza dovuta a un’oggettiva contrazione del mercato.

Se invece si va sui casi specifici, è evidente che errori nel lancio di esordienti se ne sono fatti prima e se ne fanno adesso: un esordio, specie se esce con una grande casa editrice, che deve fare numeri molto diversi da una piccola per dirsi soddisfatta dell’andamento di un libro, ha bisogno di una cura diversa. È normale che un esordiente implichi un rischio maggiore, e questo avviene anche per gli stranieri, beninteso: sempre più spesso si acquistano senza un test di mercato, oggi i tempi sono stretti e quindi è necessario andare più a intuito.

Nella seconda metà degli anni Zero e fino ai primi anni Dieci molti autori sono stati bruciati lanciandoli in modo azzardato e poi ripudiandoli: forse certi comportamenti erano anche frutto di un primo approccio alla crisi, un certo qual tentare la fortuna, mentre oggi, che la crisi è per così dire matura, si tende ad acquistare meno e concentrare le forze sui libri che si fanno, il che mi pare del resto saggio.

Gianluca Foglia, direttore editoriale Feltrinelli

La “bolla degli esordienti”? Un po’ è vero, un po’ non è vero. Per anni, direi almeno fino al 2010, c’è stata quasi una mistica dell’esordiente: il nuovo autore, magari giovanissimo, suonava al mercato come garanzia di cosa fresca, interessante, e quindi vendibile. Questa mistica è certamente finita e tanto più lo è per un editore come Feltrinelli, che ha oggi al centro della sua linea editoriale l’idea di lunga gittata. Credo che si debba tornare, e si stia già tornando, a una politica di sviluppo: capire quali sono gli autori in crescita, intercettarli e accompagnarli verso risultati significativi.

In effetti, quando si parla di esordi, credo si debba fare un’altra distinzione: esiste anche una sorta di ‘secondo esordio’, che è il passaggio da un piccolo editore a uno grande. E oggi, per quanto si lancino effettivamente meno debuttanti assoluti, le grandi case editrici continuano a fare un lavoro di accompagnamento con autori non ancora affermati che assomiglia molto al lancio di un esordiente. Un autore come Catozzella aveva già fatto un libro con una piccola e un libro con Rizzoli: Non dirmi che hai paura, con cui è esploso, era il suo terzo lavoro; la storia di Paolo di Paolo è simile, dato che aveva già pubblicato con Perrone prima di fare il ‘salto’ con noi.

Aggiungerei che, in un contesto di contrazione del mercato, l’unico criterio valido torna a essere la valutazione del testo: l’epoca in cui si andavano a cercare esordienti tra i blogger di successo è decisamente finita. Né il self-publishing mi pare una buona fonte: abbiamo avuto due esperienze con ‘Ilmiolibro‘, pubblicando due opere vincitrici del concorso, e non abbiamo raccolto molto, né intercettato un qualche movimento che potesse dialogare in modo fruttuoso con una realtà come la nostra. L’esperimento è stato interessante ma ho avuto l’impressione di entrare in contatto con un mondo che si risolve in se stesso e quando poi si trova a essere trasportato in un contesto tradizionale, non lascia molto.

Nicola Lagioia, editor narrativa Minimum Fax

I filtri cambiano, se i cancelli si chiudono—e, sì, si stanno chiudendo, un processo rispetto al quale c’entra anche la fine di un periodo di relative vacche grasse: se una volta le major potevano buttare qualche migliaio di euro in giro per ‘provare’ nuovi autori, oggi non possono più farlo neanche loro—è naturale che diventi più importante avere un agente e scrivere su riviste per far girare il nome tra gli addetti ai lavori. Le riviste sono da sempre il punto di riferimento principale per lo scouting ma a patto, appunto, che siano vere riviste: ovvero che ci sia un filtro. Il self publishing per lo scouting non funziona, a meno di cercare cose come After, che nascono sì su Wattpad, ma sono singoli casi su migliaia e si tratta comunque di testi fuori da qualunque discorso di qualità letteraria. Peraltro, anche se andiamo ad analizzare a fondo i casi dei mega-seller citati dai colleghi, scopriamo che prima di Gomorra Roberto Saviano aveva pubblicato un racconto su una delle antologie Best off di minimum fax, le quali a loro volta raccoglievano il meglio delle riviste letterarie di quegli anni, e infatti Saviano veniva da una lunga serie di articoli su Nazione Indiana. Anche Giorgio Vasta, uno dei nostri esordi più fortunati, lo scovammo su Nazione Indiana: restammo colpiti dai suoi articoli e gli chiedemmo di fare un libro con noi.

Una caratteristica dell’editoria è che quando qualcosa funziona, o sembra funzionare, tutti si accodano, ma in realtà pubblicare esordienti è stato sempre rischioso: per le piccole a volte è una scelta dettata da ragioni economiche, dato che il costo dell’anticipo di un autore affermato è spesso proibitivo e difficilmente, per come sono strutturati il mercato e la distribuzione, le piccole possono fare grandissimi numeri, non importa se pubblicano libri magari ottimi di autori magari già famosi.

La tendenza generale precedente alla ‘bolla’ era di prendere autori che avevano già superato un primo test pubblicando con una piccola o media con buoni risultati; ora le major hanno ripreso a fare così: il fatto è che l’esordiente è più difficile da comunicare, non è banale far interessare i lettori a un nuovo autore. Andando più in profondità, è possibile che c’entri anche il progressivo trasferimento del rischio d’impresa sull’autore: il pubblico si fida meno dei mediatori, così l’autore deve impegnarsi sempre di più a promuovere e presentare il libro, e in questo senso l”usato sicuro’ dà qualche garanzia in più rispetto all’esordiente, dato che potrà mettere in campo un po’ di contatti.

A me il puntare così tanto sugli esordienti di questi anni è sempre sembrato un po’ malsano, questo decennio in cui sembrava che andasse pubblicata qualunque cosa nuova ha fatto del male a tanti autori, che venivano scaraventati in campo col dovere di fare un milione di copie e poi scaricati appena ne facevano “solo” qualche migliaio. Peraltro, tranne rarissimi casi, come I Buddenbrook di Mann o Il diavolo in corpo di Radiguet, tutti gli scrittori, anche i giganti assoluti, hanno cominciato con lavori di livello medio, gli esempi sono innumerevoli, prendiamo Roth o DeLillo o Bolaño… Così, questo decennio di esordi è stato anche una strada punteggiata di cadaveri.

L’effetto, visto in prospettiva, ha anche aspetti interessanti: per quanto abbia scatenato una sorta di discutibile ‘selezione naturale’, dall’altro lato ha allargato per un po’ di tempo il filtro editoriale, è entrata in scena più gente di quanto non accadesse normalmente e non c’è dubbio che autori che stanno facendo buone cose o le faranno in futuro siano il frutto di questa opportunità. Ma certamente sono molte più le storture. Direi che l’apice della bolla, nonché il segnale di quanto fosse potenzialmente deteriore, è stato il programma TV Masterpiece: qualcosa a mezzo tra il reality show e il self-publishing, e quindi molto lontano da ciò che dovrebbe essere l’editoria intesa come industria culturale.

Paolo Repettidirettore editoriale Einaudi Stile Libero

Non sono del tutto sicuro si possa già parlare di bolla esplosa. È vero che c’è stata una bolla per una decina di anni, ma sono solo quattro o cinque anni che non ci sono esordi significativi. Prima di dire che è cambiato tutto, aspetterei allora per altri cinque o sei.

La mia sensazione è che ci sia stata una svolta, che però dobbiamo ancora interpretare. Alla fine degli anni Novanta, con i ‘cannibali’, si percepì in modo netto l’avvento di una nuova generazione di autori che poi—anche se alcuni si sono persi per strada e non tutti sono diventati grandi scrittori—si è comunque fatta tradizione. Ancora non è chiara, invece, l’identità della nuova coorte, e forse è anche per questo che per diversi anni si sono ‘provati’ più nuovi autori. C’è stato, e c’è tuttora, un magma molto interessante e non del tutto decifrabile, probabilmente anche perché oggi gli autori si formano e crescono secondo percorsi diversi da un tempo.

Quello che invece è evidente, è il cambiamento dello scouting: si leggono meno i manoscritti, si ascoltano di più gli agenti—Paola Soriga, che è stata un nostro esordio forte con Dove finisce Romal’abbiamo trovata così—si continuano ad ascoltare i consigli degli scrittori che si stimano—la Vinci ci fu segnalata da Lucarelli—soprattutto si continuano a leggere le riviste letterarie, che in Italia con l’avvento della rete si sono moltiplicate e non di rado portano avanti discorsi di qualità, oltre a costituire una prima palestra per gli autori—Marsullo, un altro nostro esordio relativamente recente, si è formato sulle riviste. Se esiste ancora una ‘società letteraria’, è certamente sulle riviste letterarie, e infatti le consultiamo tutte regolarmente alla ricerca di potenziali nuovi autori.

Forse, volendo guardare indietro, se diversi esordi, negli anni più recenti, non hanno funzionato, è perché i loro editori non ci credevano veramente: li pubblicavano solo perché esordi, e per questo hanno fallito. La verità ultima, incontrovertibile, è che un libro può funzionare solo se l’editore crede autenticamente nella sua forza. Non si può bluffare: se il libro non ti convince, non è più questione di ufficio stampa, marketing, spinta sui librai… Se non convince te, non convincerà i lettori. È scritto.

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