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Patto per una nuova economia (In Dialogo, 2020)

di In Dialogo
Fonte: In Dialogo

Prefazione

Enrico Giovannini

Da tempo molti economisti, cosi come molti ecologi, sociologi, politologi e rappresentanti delle fedi religiose, ripetono che e necessario cambiare l’attuale modello di sviluppo. Papa Francesco e la figura globale che più chiaramente sì e espressa in questa direzione e la sua enciclica Laudato Si’ (LS), con la proposta di adottare una ≪ecologia integrale≫, e considerata un punto di riferimento cruciale per chi immagina un cambiamento di questo tipo. Più recentemente, voci autorevoli si sono levate anche dal mondo della finanza e delle imprese per segnalare la necessita di un cambiamento delle regole che orientano i comportamenti di imprese e sistema finanziario.

Analogamente, i governatori di molte banche centrali hanno segnalato come i costi legati alla crisi climatica sono di dimensioni tali da mettere a rischio la stabilita finanziaria globale e chiedono alla politica di intervenire rapidamente per correggere le tendenze attuali. Alcuni di loro si sono anche spinti a dire che la crisi climatica e il più grande fallimento del mercato della storia dell’umanità.

Nonostante l’evidenza della insostenibilità economica, sociale, ambientale e dunque istituzionale dell’attuale modello di sviluppo, altrettanti economisti, leader d’impresa, opera patto per una nuova economia tori finanziari, politici e semplici cittadini pensano che, al di la di alcuni aggiustamenti delle politiche, l’attuale paradigma economico possa ancora funzionare. E per sostenere questa posizione citano gli straordinari risultati raggiunti in tutto il mondo proprio grazie a esso. E hanno ragione, se si guardano alcuni indicatori e i relativi valori medi: infatti, il mondo non e mai stato così ricco, le persone non hanno mai avuto un’educazione e livelli di salute e benessere così elevati, e le condizioni di vita globali sono straordinariamente migliorate, anche in gran parte dei Paesi in via di sviluppo.

Parallelamente, pero, il numero dei conflitti e al massimo storico, le disuguaglianze all’interno di quasi tutti i Paesi sono aumentate molto, milioni di persone muoiono prematuramente a causa dell’inquinamento, la distruzione degli ecosistemi e della biodiversità procede a una velocità elevatissima, il cambiamento climatico si avvicina al punto di non ritorno, la nuova rivoluzione industriale legata alla digitalizzazione rischia di distruggere milioni di posti di lavoro, i diritti umani sono calpestati in molte aree del mondo, le donne continuano a essere discriminate e soggette a gravissime violenze, la schiavitù riguarda decine di milioni di persone. Certo ‒ ribattono i sostenitori del modello attuale ‒ ma di fatto esso e l’unico possibile, avendo altri approcci dimostrato la propria incapacità e/o inferiorità. Quindi, e inutile parlare di “cambio di paradigma”, piuttosto si facciano politiche migliori, per esempio “mettendo un po’ di soldi in tasca alle persone” per far crescere indefinitamente il sistema economico.

Ora, e evidente che il modello di cui stiamo parlando e quello capitalistico, il quale ha attraversato nella sua storia numerose declinazioni. L’attuale e frutto di quello che si potrebbe definire il “cambio di paradigma” operato in pratica nei primi anni ’80 del secolo scorso, dopo le elezioni di Reagan e della Thatcher, cioè dell’affermazione della visione “neoliberista”, precedentemente minoritaria. Con l’enfasi sulla priorità degli azionisti (shareholders) rispetto alla collettività (stakeholders), con l’orientamento delle politiche economiche, regolatorie, industriali e fiscali, a favore del grande capitale e delle classi più ricche, con l’enfasi sul ruolo moltiplicatore della finanza e sui risultati di brevissimo termine, con la negazione delle preoccupazioni per la protezione dell’ambiente e le crescenti disuguaglianze, con la globalizzazione accelerata, il capitalismo di quegli anni ha prodotto i risultati (positivi e negativi) a cui abbiamo accennato.

Siamo dunque alle soglie di un cambio di paradigma? Secondo Thomas Kuhn,1 che ha coniato tale espressione, definendolo come il ≪cambiamento nella modellizzazione fondamentale degli eventi≫, esso avviene quando le anomalie che si verificano e non sono “spiegate” dalla teoria dominante divengono così numerose ed evidenti da non poter essere più considerate tali. A quel punto la teoria dominante entra in crisi e nuove idee formano un nuovo schema di interpretazione della realtà.

Personalmente credo che questa sia esattamente la situazione in cui ci troviamo, soprattutto nei Paesi avanzati. La bassa crescita del reddito, l’aumento delle disuguaglianze, l’inefficacia della politica monetaria nel generare aumento della produzione e dell’inflazione, il cambiamento nelle preferenze delle giovani generazioni, sono solo alcuni dei segnali difficilmente spiegabili sulla base del paradigma ancora dominante.

Soprattutto, le ricette che esso offre appaiono inconsistenti se non dannose in un’ottica di sostenibilità dello sviluppo. Ed e proprio cio che rende tanti convinti che il “giocattolo sia rotto” e che non si possa più aggiustare, senza parlare del fatto che, come già citato, la crisi climatica dimostra il persistente fallimento del mercato nel corso degli ultimi cinquant’anni nell’orientare correttamente scelte economiche e politiche a favore del benessere delle persone e dell’ecosistema globale.

Questo volume cerca di contribuire a porre le basi di un cambio di paradigma basato sull’equità e la sostenibilità, che altro non sono che due declinazioni del concetto di disuguaglianza: infatti, la prima e il contrario della disuguaglianza all’interno dell’attuale generazione; la seconda e l’opposto della disuguaglianza tra generazioni. La scelta e assolutamente corretta e non e un caso che essa evochi il concetto di “benessere equo e sostenibile” (Bes) che posi, come presidente dell’Istat, alla base del sistema di misurazione che dal 2013 monitora lo stato di salute del nostro Paese da tutti i diversi punti di vista. E va sottolineato come la scelta di sviluppare il Bes rappresentava un attacco diretto a uno dei punti centrali dell’attuale modello di sviluppo, cioè la misura da cui dipende la valutazione del suo successo: il prodotto interno lordo (Pil).

Il Pil nacque a metà degli anni ’40 del secolo scorso quando, verso la fine della seconda guerra mondiale, il governo degli Stati Uniti chiamo i migliori esperti di statistica economica americani e britannici e decise (privilegiando la scuola britannica di J.R. Stone e J.E. Meade invece di quella americana capitanata da S. Kuznetz) di definire uno schema di valutazione del successo economico (da esportare, “imporre” si potrebbe dire, al resto del mondo occidentale) basato sulla quantità di produzione, invece che sul benessere. Da allora, il capitalismo si e impegnato a massimizzare il Pil, senza preoccuparsi più di tanto di considerare altrettanto importante la minimizzazione di un ampio insieme di “esternalità negative”, cioè di “danni collaterali”, come la distruzione dell’ambiente e le disuguaglianze.

Come dimostrato da vari studi, la correlazione tra Pil e soddisfazione di vita e alta nelle fasi iniziali dello sviluppo, quando i tassi di crescita sono elevati (e quindi i problemi distributivi meno pressanti) e il miglioramento del reddito determina aumenti del benessere e delle opportunità (capabilities, come indicato da A. Sen).

Ma quando il reddito aumenta tale correlazione tende a ridursi, mentre pesano sempre di più altri aspetti della qualità della vita; se poi il tasso di crescita del Pil e strutturalmente basso (come nei Paesi industrializzati), allora le disuguaglianze appaiono più evidenti, soprattutto quando esse determinano peggioramenti assoluti della qualità della vita rispetto al passato per ampie fasce di popolazione.

Se a tutto ciò aggiungiamo il fatto che il Pil non tiene conto delle distruzioni legate al cambiamento climatico (anzi, esso cresce con i lavori necessari per ricostruire le infrastrutture distrutte da tifoni, allagamenti, frane, eccetera), della perdita di biodiversità e del peggioramento della salute dovuta all’inquinamento (basti pensare alle cinquecentomila morti premature registrate ogni anno in Europa per questo motivo), si capisce facilmente come il primo elemento del cambio di paradigma non possa che essere il cambiamento del sistema di misurazione dello stato di salute di un Paese o di un’impresa.

E non si tratterebbe solo di un cambiamento formale, ma di una modifica che potrebbe portare a un ripensamento delle attuali teorie economiche (e quindi delle politiche), magari basate sui risultati delle neuroscienze applicate all’economia: come ha detto qualcuno, salveremo il mondo solo quando i profitti saranno una funzione negativa, e non positiva, della quantità di produzione.

In un recente studio condotto con ricercatori del Joint Research Centre (Jrc) della Commissione europea abbiamo provato a costruire un nuovo approccio alle politiche, richiamandoci ai concetti di vulnerabilità e resilienza, utilizzando schemi elaborati dagli economisti ecologici già vent’anni fa e riferendoci alla teoria dei sistemi.2 E solo uno dei tanti esempi di lavori innovativi che possono aiutare a costruire un nuovo paradigma, portando addirittura a superare le usuali distinzioni tra politiche economiche, sociali e ambientali, e concentrandosi invece su politiche che “preparano”, che “prevengono”, che “proteggono”, che “promuovono” e che “trasformano” i sistemi umani e gli ecosistemi.

I saggi raccolti in questo volume affrontano diversi temi importanti, indubbiamente necessari per poter sviluppare un nuovo paradigma di sviluppo, e di questo dobbiamo essere grati ai curatori e agli autori. E altri contributi potrebbero essere aggiunti senza per questo scalfire l’ottimo livello qualitativo del presente lavoro. Ma bisogna sapere che ciò che rende reale un cambio di paradigma nelle scienze sociali e la politica, intesa come proposta complessiva e convincente di cambiamento. Non si può essere naif: basta rileggere i saggi che spiegano il modo con cui la svolta neoliberista e stata ideata, preparata e finanziata negli anni ’70, per poi essere realizzata negli anni successivi per capire la complessità del processo.

Non possiamo che auspicare che l’iniziativa di papa Francesco di riunire ad Assisi una nuova generazione di esperti di materie economiche, e non solo, rappresenti una spinta poderosa nella giusta direzione. Il 2020 e potenzialmente un anno cruciale da questo punto di vista, visto che si celebrerà il quinto anniversario non solo della pubblicazione della Laudato Si’, ma anche dell’adozione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, della firma degli Accordi di Parigi per la lotta al cambiamento climatico e del Piano di azione per lo sviluppo firmato ad Addis Abeba. Chi, come il sottoscritto, si occupa da quasi vent’anni di questi temi, sia sul piano concettuale che politico, non può che auspicare che il “cambio di paradigma” avvenga il prima possibile perché i rischi che il mondo corre insistendo con le vecchie ricette sono enormi. Ma questo dipende dall’impegno, non solo degli esperti, ma di tutti i cittadini del mondo.

Fonte: In Dialogo
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