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Quando una biblioteca si fonde con un’altra

di Cristian Vázquez

Ordinare la biblioteca, un compito a cui i bibliofili sono soliti dedicarsi con frequenza e piacere, a volte prevede una situazione particolare: incorporare una collezione completa, configuratasi altrove, alla propria. La sensazione è che i libri siano come le cellule di un organismo vivente e trovino sempre il proprio posto.

1. Sono stati scritti un’infinità di testi con consigli e raccomandazioni su come ordinare la biblioteca. Quasi sempre si parla delle diverse categorie in funzione delle quali è possibile organizzare i libri: ordine alfabetico o cronologico, generi, tematiche, provenienza, l’importanza data dal proprietario della biblioteca al libro, perfino il colore dei dorsi e delle copertine. Ordinare la biblioteca significa anche stabilire un canone o, meglio, trasporre nell’universo materiale il canone che ciascun lettore ha già forgiato dentro di sé attraverso le proprie letture.

È un compito che i bibliofili, in genere, svolgono con frequenza e con piacere. I motivi sono i più disparati: rimediare allo scompiglio derivato dalle consultazioni, eliminare la polvere crudele che si infila dappertutto, la convinzione che l’ordine precedente non valga più e sia necessario introdurne uno diverso, per integrare i nuovi libri che sono arrivati a casa e si sono via via accatastati in posti assurdi…

C’è un caso in cui inglobare libri nuovi assume un significato particolare, perché non riguarda volumi arrivati uno per volta, in quella sorta di contagocce costante a cui dà vita il lettore comprando qua e là. Si tratta di libri che arrivano in un blocco unico perché appartenevano a un’altra persona: erano la sua biblioteca. Questo è il caso in cui una biblioteca si fonde con un’altra.

2. Lo scrittore argentino Pedro Mairal racconta in un articolo di avere fatto passare anni prima di decidersi a ordinare la sua biblioteca e che, quando alla fine lo fece, gli costò «moltissimo sforzo, non fisico, bensì mentale». «Ipotizzo», aggiunge, «che non volessi prendere decisioni: quali libri scartare, quali tenere. Questo ti obbliga a definirti, stabilire un’estetica, un canone personale».

E a tutto ciò si sommava la necessità di accorpare un’altra biblioteca alla propria:

C’erano anche i libri di poesia che mi erano stati lasciati dal mio maestro. Li conservavo dentro a degli scatoloni, senza avere il coraggio di guardarli più di tanto. Non ci riuscivo. Perché mi costringevano a realizzare che lui se n’era andato […] Dovetti trovare la calma, il tempo e la voglia. Accettare che la gente muore e lasciare che lo scorrere del tempo facesse il proprio corso per poter così ritrovare le parole, i libri e le letture. Unire i suoi libri di poesia ai miei alla fine si rivelò una gioia […] Fu come assimilare parte della sua memoria nella mia, aggiungere spazio. Sapere che i suoi libri sono lì sugli scaffali mescolati ai miei, gli stessi libri che Grillo [soprannome di Félix della Paolera n.d.r] aveva letto e che io sto leggendo un po’ alla volta, integrandoli, mi fece scattare qualcosa.

3. In generale, una biblioteca si fonde con un altra quando viene ricevuta in regalo o in eredità, come è successo a Mairal. A me è toccato farlo in una situazione diversa. Quando una decina di anni fa lasciai l’Argentina per andare a vivere a Madrid, tutti i miei libri – tranne tre o quattro che portai con me – rimasero a casa dei miei genitori. Furono parte dello sradicamento. Mille volte li ho anelati, ne ho avuto bisogno, ho rimpianto di non averli accanto; ma sempre con la tranquillità di sapere che erano lì, anche se a diecimila chilometri di distanza, ad aspettarmi. In Spagna, a poco a poco, frutto di quella sorta di contagocce costante, prese corpo un’altra biblioteca. Sette anni dopo tornai a Buenos Aires, e fu quello il momento in cui le mie due biblioteche si fusero diventando una sola.

Fu una gioia. Ordinare, unire, inserire certi libri o altri, dare a ognuno il proprio posto, rappresentò la riunione di due tappe di una vita; un insieme di oggetti che sono allo stesso tempo un luogo: la biblioteca, e che configurano una specie di mappa della persona che sono. Libri che avevano trascorso anni assieme, appiccicati gli uni agli altri, si separarono di buon grado nello scoprire un fratello ignoto, quello che, lo seppero non appena lo videro, doveva accomodarsi fra di loro. Libri che non si stavano cercando pur sapendo che si sarebbero incontrati. Fu un piacere quasi fisico quello che provai quando li vidi insieme, mischiati, quelli di una vita con quelli di un’altra, uniti come sempre lo erano stati nello schema mentale delle mie letture, felici di trovarsi finalmente al proprio posto.

4. Ordinare la biblioteca ne favorisce la depurazione: decidere quali libri eliminare e quali tenere, come ha scritto Mairal. Anche i traslochi. Quando devi racchiudere tutta la tua vita dentro a degli scatoloni e, specialmente se devi spedirli a diecimila chilometri di distanza, valuti attentamente cosa meriti davvero quello sforzo e cosa no. Ci pensai mentre organizzavo il trasferimento da Madrid a Buenos Aires. A quel punto mi resi conto che la mia biblioteca era già depurata, che avevo fatto pulizia a tappe, sbarazzandomi dei libri che non facevano per me. Capii che in quegli anni avevo interiorizzato uno dei più grandi insegnamenti del vivere altrove: conviene stare al mondo con un bagaglio leggero.

Per questo motivo tutti quei libri attraversarono l’Atlantico. Ciò da cui se ne andarono, e continuano a farlo, è la biblioteca precedente. Il passare del tempo ci allontana da autori e letture: d’un tratto ci rendiamo conto – in quel modo sempre un po’ misterioso in cui si apprendono certe cose – che su talune pagine non torneremo. Gli anni insegnano anche ad apprezzare sempre di più la qualità rispetto alla quantità. E poi sappiamo che il contagocce costante di nuovi libri non cesserà, e che lo spazio fisico nelle nostre case è limitato…

5. C’è un racconto brevissimo di Enrique Anderson Imbert, intitolato «El crimen perfecto», in cui il narratore confessa di avere ucciso un uomo e averne seppellito il cadavere in un luogo dove credeva che a nessuno sarebbe venuto in mente di cercarlo: il cimitero delle suore di un convento abbandonato. Il suo errore fu dimenticare che il morto era stato un «furibondo ateo». Di notte le suore defunte, «sgomente per il compagno di sepolcro», decisero di trasferirsi: con le lapidi in spalla, attraversarono il fiume lungo il quale giacevano e spostarono il cimitero sull’altra sponda. A causa di quello strano avvenimento, la polizia ispezionò il terreno originario del camposanto e scoprì della terra smossa da poco. «Il resto lo sa già, signor giudice», termina il racconto.

Mi piace pensare che i libri siano un po’ come le suore di quel cimitero, o come le cellule di un organismo vivente. Si spaventano quando si trovano in mezzo a vicini inappropriati, e ancor più se questi ultimi arrivano in gruppo ed erano già vicini in un altro quartiere. Non so di nessuna biblioteca che si sia trasferita autonomamente sul lato opposto di un fiume, ma ho l’impressione che qui, nell’intimità degli scaffali, certi libri vengano disprezzati, isolati, bullizzati e alla lunga finiscano per essere cacciati. Rimangono quelli che devono rimanere. E si sistemano da soli, come dice il detto: ogni cosa ha il suo posto. A quel punto il proprietario della biblioteca, il lettore, se ne accorge: li vede a proprio agio, felici, in buona compagnia. E anche lui si sente esattamente così.

 

Cristian Vázquez (Buenos Aires, 1978) è giornalista e scrittore. Ha pubblicato il romanzo Támesis (2007) e la raccolta di racconti Partidas (2012). Questo testo fa parte della raccolta Contra la arrogancia de los que leen, pubblicata da Trama editorial, Spagna.

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