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La lingua italiana è in pericolo?

di Alessandro Bettero

Se oggi dovessimo tornare sui banchi di scuola, nessuno si augurerebbe di cominciare un nuovo anno scolastico con una già grave insufficienza in italiano. Eppure lo stato di salute della nostra lingua – non solo tra i banchi – è piuttosto precario, e non a causa della lingua in sé che, suo malgrado, è già duramente impegnata a rivaleggiare con quelle più diffuse e pervasive al mondo, dovendosi misurare con ingiustificati neologismi e stucchevoli idiomi digitali, ma piuttosto per colpa di chi parla e scrive (male) l’italiano.

L’allarme è stato ripetutamente lanciato da insegnanti, educatori e linguisti. È opinione diffusa che si stia assistendo a un deterioramento progressivo dell’uso della nostra lingua, sia orale che scritta. Un impoverimento che si estende anche al lessico, al vocabolario e alla comprensione del significato delle parole. Gli italiani, soprattutto i giovani, sembrano sempre più incapaci di articolare concetti complessi e approfonditi. E, quel che è peggio, non trovano – o non conoscono – le parole adeguate e corrette per esprimerli.

Il professor Gian Luigi Beccaria ha pubblicato con Einaudi il libro L’italiano che resta. Le parole e le storie. A lungo professore di Storia della Lingua italiana all’Università di Torino, membro dell’Accademia della Crusca e dell’Accademia dei Lincei, Beccaria non ha dubbi sulle origini dell’impoverimento dell’italiano. «Una perdita si deve sicuramente al fatto di non imparare più a memoria brani di poesie, un tempo ottimo esercizio mentale e culturale; o di abbandonare la vecchia buona abitudine del riassunto: un altro esercizio utilissimo in grado di sollecitare alla concisione e alla ricerca di parole precise ed efficaci». E poi c’è la questione della lettura. «Per imparare una lingua in profondità, e saper argomentare un pensiero, occorre dotarsi di un ricco vocabolario. Per costruire una sintassi che stia in piedi, bisogna leggere sia a scuola che a casa».

A rincarare la dose ci pensa il professor Vittorio Coletti, autore per Il Mulino del libro Grammatica dell’italiano adulto. Membro dell’Accademia della Crusca, e già professore di Storia della lingua italiana all’Università di Genova, Coletti è co-autore, con Francesco Sabatini, del celeberrimo Dizionario della lingua Italiana Sabatini Coletti. Il suo è un atto d’accusa: «Questa è una pedagogia che viene dall’America, e che ha finito per scalzare alcuni validi capisaldi del nostro sistema d’insegnamento. La mancata familiarità dei giovani e dei ragazzi con poesie e con testi letterari ha impoverito il loro linguaggio». E questo gap si trascina spesso fino all’Università, con esiti disastrosi.

È davvero sconcertante quello che segnala il professor Giorgio Ragazzini, docente di Lettere e co-fondatore del «Gruppo di Firenze» nato con l’obiettivo di «rivalutare il merito, la responsabilità e il rispetto delle regole come cornice indispensabile per la vita della scuola», e che dal 2005 ha raccolto centinaia di adesioni alle proprie iniziative, e altrettante inquietanti segnalazioni da colleghi docenti di tutta Italia.

Il Gruppo è stato promotore di appelli, dichiarazioni e lettere aperte, tra cui, nel 2017, l’Appello dei 600 docenti universitari contro il declino dell’italiano a scuola. «Circa tre quarti degli studenti delle lauree triennali sono, di fatto, semi-analfabeti – esordisce Ragazzini riferendo il contenuto della missiva di un suo collega –. È una tragedia nazionale non percepita dall’opinione pubblica, né dalla stampa né dalla classe politica». «Dedico ormai una buona parte della mia attività di docente a correggere l’italiano delle tesi di laurea», gli ha scritto un professore universitario. Un altro docente lamenta il fatto che ogni giorno riscontra «lacune sempre più gravi tra gli studenti, incapaci ormai di scrivere o analizzare le frasi più semplici».

Ad ascoltare la professoressa Annalisa Andreoni, docente di Letteratura italiana all’Università IULM di Milano, e autrice del libro Ama l’italiano, segreti e meraviglie della lingua più bella per Piemme, si spalanca il cuore: «Rousseau diceva che l’italiano è una lingua molto adatta alla musica, molto più del francese. John Keats sperava che l’italiano sostituisse il francese nel sistema scolastico inglese perché la trovava una lingua più bella e più musicale. Per Goethe l’italiano era la lingua amata. Nelle Confessioni del Cavaliere d’Industria Felix Krull di Thomas Mann, il protagonista dice che l’italiano è la lingua parlata dagli angeli in cielo, perché non può immaginare che essi parlino una lingua meno bella».

Probabilmente senza l’italiano non esisterebbe l’opera lirica, anzi è proprio l’opera a essere la prima e la migliore ambasciatrice dell’italiano in tutto il mondo. Sebbene il più acerrimo nemico dell’italiano sia internet, anche a causa di un «cortocircuito» del nostro cervello. C’è, infatti, un rapporto strettissimo tra la lingua e il pensiero «il quale deve essere, prima di tutto, nella nostra testa – osserva Coletti –. Tutti crediamo di pensare a cose profonde e intelligenti. Ma poi se ci mettiamo a scriverle o anche solo a esprimerle a parole, abbiamo delle difficoltà. Questo è normale, perché il linguaggio pensato lo padroneggiamo meglio del linguaggio comunicato. In passato non c’erano distanze enormi tra questi due “momenti” dell’uso della lingua. Oggi, invece, proprio a causa di questa consuetudine con un linguaggio rapido, essenziale e troppo semplificato, lo stesso nostro pensiero rischia di esprimersi attraverso slogan, tweet, ecc. Una generazione che si abitua a questa modalità di comunicazione – penso ai giovani – perde anche l’abitudine ad argomentare, cioè a sostenere discorsi complessi e profondi».

«La semplificazione, di per sé, può anche portare a un linguaggio chiaro e diretto – aggiunge Beccaria –, ma l’“istupidimento” delle persone fa sì che le si possa manipolare meglio. Internet è uno strumento che ti porta il mondo in casa, e ti consente di consultare qualsiasi tipo di documento. Ma lo si usa spesso solo per twittare, per lanciare insulti e invettive, per scrivere stupidaggini, per ingannare il tempo invece di navigare in maniera intelligente e arricchire la nostra conoscenza».

Quella della formazione e dell’educazione appare, dunque, come una questione decisiva. «La scuola, insieme alla sanità e alla ricerca, dovrebbe essere il settore in cui lo Stato investe maggiori risorse – rimarca Beccaria –. Invece nel nostro Paese, e non solo, questo non avviene». Così a recitare la parte di Cenerentola finisce la scuola dove, sempre più spesso, spadroneggiano genitori con una vivace propensione per il pugilato. «Non ci sono solo quelli che menano gli insegnanti, ma anche altri che si rendono protagonisti di continue ingerenze come se, in fatto di insegnamento, ne sapessero più dei professori».

L’attitudine alla semplificazione, la tendenza all’impoverimento della lingua e al suo improprio o scorretto utilizzo comportano un rischio anche per la democrazia. Tra lingua e potere il passo è breve e molto insidioso. A furia di interagire con apparecchiature elettroniche, app e software di ogni tipo, la nostra mente ha assunto le stesse modalità valutative di un computer. Ormai le persone tendono a ragionare secondo categorie logiche binarie: bianco o nero, giusto o sbagliato, 0 oppure 1, cioè, appunto, la dicotomia del linguaggio informatico. A evidenziarlo è ancora Andreoni: «Non ci sono più le sfumature della complessità. Qui non è in ballo solo la lingua italiana, ma qualcosa che sta sotto la lingua: il pensiero».

«Il “conoscere per deliberare” di Einaudi – incalza Ragazzini – stabilisce una condizione essenziale per l’esercizio della sovranità popolare e per il successivo controllo dal basso, da parte di un’opinione pubblica sufficientemente informata. Su questo, un ruolo decisivo potrebbero averlo i giornalisti se sottolineassero sistematicamente, nei discorsi di molti politici, affermazioni prive di basi, caricature delle idee degli avversari, nonché vere e proprie menzogne. Ma questo avviene di rado. Eppure la democrazia è, in essenza, “il metodo di governo attraverso la discussione”, secondo la bella definizione di Amartya Sen».

«La forza della scuola italiana è stata, per decenni, quella di contestualizzare ciò che insegnava nella cornice della storia – rammenta Coletti –. Ma non dobbiamo rinunciare all’italiano anche per un altro motivo: la lingua materna è quella con cui noi pensiamo. Se non ne siamo consapevoli, noi non sfruttiamo fino in fondo il nostro cervello. Le neuroscienze dimostrano, con la diagnostica per immagini, il ruolo esistente tra l’uso della lingua e il funzionamento del cervello». Come dire che una corretta proprietà di linguaggio può produrre un successo non solo individuale ma anche del Paese in cui vivono i cittadini che condividono la stessa lingua.

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