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La traduzione come strumento di comprensione del mondo

di Luna Mascolino

Pensate al primo autore russo o alla prima autrice russa che vi vengono in mente. A quale secolo risalgono? Se non avete fatto studi specifici e se non siete persone particolarmente appassionate o esperte, probabilmente la vostra risposta riguarderà il XIX secolo, alla peggio la prima metà del XX. Ora pensate a un concetto che assocereste alla Russia in maniera spontanea, non ragionata: il freddo? La vodka? Gli orsi? La religione ortodossa? Le chiese “a cipolla”? La rivoluzione? La storia di zar e zarine? Quella di Anastasia? E Vladimir Putin, certo.

Se così è, come temo capiti spesso, almeno stando ai dialoghi che mi è capitato di intavolare con persone di provenienza ed età diverse in più città d’Europa, significa che della Russia di oggi, di solito, sappiamo poco. Non leggiamo le penne che vincono i suoi premi letterari, non leggiamo i suoi quotidiani, non ascoltiamo la sua musica, non guardiamo i suoi film. La conoscenza della sua storia finisce nei casi più fortunati con il crollo dell’Unione Sovietica comunista del 1991, condito da un paio di concetti-chiave che stanno lì a ristagnare da decenni e rispetto ai quali abbiamo smesso di porci domande e di rinnovare le nostre risposte.

Ho proposto l’esempio della Russia perché si tratta di un Paese, di una lingua e di una cultura che frequento per formazione e per mestiere, nonché per passione. Lo stesso potrebbe dirsi della Thailandia, però, o della Cambogia. Del Congo o del Lussemburgo. Ci sono aree più o meno ristrette del mondo di cui ci arriva solo l’eco slavata dell’informazione ufficiale, il più delle volte troppo impegnata a occuparsi di questioni internazionali per proporre approfondimenti analitici sulla mentalità di un determinato popolo.

Di conseguenza, per un circolo vizioso in cui non ci sono né solo colpevoli né solo innocenti, l’editoria non punta sulla traduzione di intellettuali di spicco dell’età contemporanea, se non provengono da un certo Paese. Leggiamo le novità di Stati Uniti, Spagna, Canada, Francia, Giappone più raramente Germania e Stati del Sud America, ma spesso non arrivano negli scaffali capolavori della letteratura indiana, vietnamita o messicana. Il discorso, naturalmente, è ben più ampio di così e a riassumerlo bene è stato di recente Richárd Janczer su Nubivaghi.

«Dostoevskij, Hikmet, Szymborska, Cioran, Omero, Kafka, Kundera, Brecht, Ovidio, Yourcenar, Hesse, Baudelaire, Shakespeare, Cervantes, Pessoa, Fitzgerald, Borges Garcia Marquez, Mishima, Lao Tzu: non saremmo in grado di leggere nessuno di questi autori (basta sceglierne uno per nazione), entrati a far parte anche del canone locale, senza la mediazione di un traduttore»* e, aggiungerei, senza il benestare di una casa editrice. Spingendoci un passo più in là, allora, «quanti Kafka cechi ancora non conosciamo oggi? Quali grandi maestri ancora ignoti attendono di essere portati al nostro cospetto?».

Non si tratta di un’accusa nei confronti del mercato editoriale, quanto piuttosto di uno spunto di riflessione critico. Le croci e delizie di chi traduce consistono anche nella difficoltà di trovare lo spazio adatto a un’opera di cui si è riconosciuto il valore in un contesto poco ricettivo, infatti. Personalmente mi è capitato proprio con un romanzo breve di Linor Goralik, pubblicato in Russia nel 2011 dalla prestigiosissima Novoje Literaturnoje Obozrenije e tradotto in inglese per il Web da Maja Vinokour nel 2014. A dispetto della tradizione a cui si rifà e dei significati del testo, la traduzione che ho proposto rimane ancora nel mio cassetto, ignorata da diverse realtà italiana perché «la letteratura russa è un’altra cosa», proiettata in un passato che solo in rare eccezioni cambia volto grazie alla presenza di editori più coraggiosi e più consapevoli.

Il fatto è, però, che per capire realmente la Weltanschauung di una nazione è con la sua cultura che dobbiamo interagire, attraverso quella tragica magia che è la traduzione e senza la quale nemmeno il nostro diritto di lettori e di lettrici di scoprire prospettive differenti dalla nostra riesce a realizzarsi. Dopotutto, come scriveva George Steiner, «senza la traduzione abiteremmo province confinanti con il silenzio», nessuno escluso.

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