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Il libro fra religione e ricerca di senso: un abbozzo di valutazione

di Enzo Pagani, presidente CEC

Nel percorso di lettura che abbiamo proposto negli articoli precedenti abbiamo recensito molti testi, ma il nostro lavoro non è stato quello di un critico letterario. Abbiamo letto e analizzato le opere segnalate non con l’obiettivo di proporre una recensione o un esercizio di critica letteraria, ma ci siamo lasciati trasportare dai vissuti narrativi e siamo andati alla ricerca di processi spesso più impliciti che esplicitati da parte dell’Autore, ritenendo che questi ultimi siano significativi per un discorso su Dio.

Il tracciato di questo cammino ha riconosciuto le seguenti tappe (tralasciamo quella olistica che abbiamo rilevato solo per completezza di analisi): il disagio esistenziale della post-modernità, la timida domanda di senso nell’orizzonte dei vissuti (una domanda senza esplicita risposta), la ripresa di categorie cristiane per aprire una possibile risposta (non necessariamente una conversione alla fede, ma l’assimilazione di categorie della fede per dire l’umano).

Un sottile e labile filo rosso che non è né una domanda che nasce da cammini di fede, né una ricerca di una possibile professione di fede; semplicemente un atteggiamento che, sebbene quasi sempre rimanga nel geloso e difeso spazio della laicità senza prospettare orizzonti di trascendenza, tuttavia non pare accontentarsi di una situazione di semplice benessere fisico. Rimane, dunque, una semplice invocazione.

Un orizzonte di senso

La domanda di senso non nasce da processi spontanei che si impongono nei vissuti umani. Servono processi che, prendendo le mosse da alcune esperienze, la rendano esplicita. Gli stessi vissuti possono suscitare un pragmatico realismo chiuso nel perimetro della “attualità” oppure aprire processi di curiosità indagativa che aprono a orizzonti più vasti.

Dai romanzi analizzati è emerso che l’esperienza che apre maggiormente all’orizzonte del senso è quella data dalle ferite prodotte dalla post-modernità. Più l’umano viene lacerato, più l’uomo cerca un’ancora di salvezza della propria dignità cosicché, in queste situazioni estreme, l’orizzonte della vita si allarga. Il “salvagente” è stato gettato al largo. Si tratta di una situazione legata al momento culturale delle nostre società occidentali, in un processo che sembra caratterizzato dalla privazione (una sorta di prova negativa: la mancanza spinge a cercare un orizzonte che riempia il vuoto). Lasciamo ad altri il compito di studiare quanto di questa letteratura nasce dalle contingenti situazioni di criticità recessiva che presenta tratti non solo puramente economici, ma anche profonde complicazioni esistenziali.

Fortunatamente esistono anche esperienze “positive” che fanno sgorgare la domanda di senso. Per percorrere questo tracciato sarebbe necessaria una ripresa dell’analisi con altri opere letterarie. Pensiamo ai romanzi di “testimonianza”, oggi molto graditi dai lettori; tra tutti emerge il romanzo di Giuseppe Catozzella Non dirmi che hai paura (Feltrinelli, 2014), che racconta la vita dell’atleta etiope che ha partecipato alle Olimpiadi di Pechino: una storia carica di determinazione, di volontà per superare steccati e pregiudizi, che esalta il valore positivo della solidarietà verso i meno fortunati. Anche altre esperienze positive aprono gli orizzonti di senso, come la relazione uomo-donna (modello di riferimento per la maggior parte dei romanzi formativi) o la nascita: si veda l’ultimo libro di Kent Harouf, Benedizioni, edito da NNE dove il tema è la nascita di un bambino e i processi che si scatenano da questo evento in una comunità del Colorado).

Una domanda di spiritualità

Abbiamo chiamato la domanda che sorge dall’allargamento dell’orizzonte esistenziale come “senso”. In realtà, si ha l’impressione che si intenda giocare qualcosa di più generico che, con sempre maggior insistenza, viene chiamata “spiritualità”. Si tratta del desiderio di qualcosa di più indefinito che riguarda una dimensione “interiore” (non ben definita, appunto, ma che chiede equilibrio, benessere, riappacificazione con se stessi e con gli altri). Un orizzonte privo di trascendenza, che si spende sui perimetri della quotidianità, ma pur sempre un qualcosa che riguarda la comprensione della vita e del suo destino, che rientra comunque nell’orizzonte del “senso”.

In questa prevalente indeterminazione, che in qualche modo non impegna completamente l’individuo, se pur sempre si tratta di “senso”, si comprende come queste ricerche non possono non transitare nell’area occupata dalle religioni. Già abbiamo osservato come spesso si abbia bisogno solo del linguaggio religioso per esprimere sentimenti altrimenti privi di un linguaggio “laico”. Rimane evidente che, anche in un quadro sempre più secolarizzato, questi pellegrini del senso gradiscono accostare autori cattolici o comunque professanti una fede religiosa. L’avevamo già intuito nel nostro primo intervento, ma ora abbiamo visto come nasce, nelle storie raccontate, questo interesse. Non ha rilevanza la professione di fede, non interessa la prospettiva ecclesiale, non ci si pone il problema di una possibile conversione; semplicemente questi autori cattolici sono ritenuti “esperti convincenti di umanità”. E non è poco.

E la fede?

Proviamo allora a chiederci: si tratta di processi di laicizzazione della professione di fede? Oppure possiamo riconoscervi qualcosa che riguarda la fede stessa? Proviamo a rispondere ponendoci dalla prospettiva cristiana, dove la formula sintetica che raccoglie lo spirito dell’annuncio evangelico è quella di “umanizzazione dell’umano”.  Nel Vangelo di Luca vi è un dialogo di Gesù pertinente al nostro tema: “Vi è stato detto …. Ma all’origine le cose erano diverse”. L’oggi è segnato da ombre, ma all’origine c’è la piena dignità voluta da Dio. È il tema dell’immagine di Dio: è questa la pienezza della dignità che segna l’uomo e la sua storia. È questa dignità, a volte decaduta, che Dio chiede vada sempre ristabilita, in fedeltà alla sua azione creatrice. Si tratta di un messaggio a forte tinte umane e corrisponde al monito di “umanizzare l’umano”, ossia ristabilire la dignità originaria dell’uomo.

In questo incontro sulla strada del “senso” esiste una mediazione letteraria importante e significativa che è il testo biblico. È possibile e opportuno che si legga questo testo sacro nella sua valenza narrativa (forse tale da sempre): in questo testo si raccontano storie di uomini che vivono e incontrano Dio. Non c’è bisogno di una teologia narrativa per riconoscere questo statuto interpretativo. La Bibbia diventa così un codice letterario capace di incontrare e dare il proprio contributo alle ricerche di umanità di tutte le epoche storiche o esistenziali.

Una legittimità teologica

Le riflessioni che siamo andate formulando hanno una legittimità teologica o si rifanno a semplici sensibilità dell’umano? Anche su questa domanda lasciamo ad altri rispondere con competenza e coerenza. A noi riserviamo un semplice appunto colto di tangenza nelle frequentazioni teologiche che abbiamo coltivato.

Non possiamo non rilevare un deciso cambiamento di prospettiva nella comprensione della propria “mission” da parte della chiesa post conciliare. Se l’eredità del concilio di Trento è stata la prospettiva dettata dalla “cura animarum”, ossia dell’attenzione al singolo soggetto la cui cura ha avuto come fine la sua salvezza, con la Lumen Gentium (costituzione del concilio Vaticano II sul tema della chiesa) la centralità dell’essere convocati, che fonda la chiesa, assume la sua importanza decisiva. L’impegno si profila quindi nella direzione della comprensione della storia profana per cogliere in essa la presenza del divino. Il tema della salvezza non viene perso, ma questa cessa di essere qualcosa che sta oltre il confine della storia, per ritrovare la sua centralità nelle dinamiche della storia e dell’esistenza umana. È in questi ambiti “antropologici” che la Parola viene ascoltata e vissuta anche nella sua dimensione “anonima”. Semplici frammenti di una teologia da riformulare.

Il lavoro editoriale

Pensare che le nostre riflessioni aprano nuovi progetti editoriali ci sembra eccessivamente ambizioso, per quanto riusciamo a cogliere dall’interno della filiera del libro religioso. Certamente il magistero di papa Francesco sembra aprire nuovi paradigmi alla fede cristiana, dove l’umano trova un suo posto centrale di attenzione. Ma molto cammino rimane da fare prima di trasformare le “piccole braci” in una luce di orientamento editoriale.

Rimane la percezione di nuovi orizzonti che si affacciano sulla filiera dell’editoria cattolica: nuove figure di clienti non più solo confessionali, la scarsa formazione teologica dei nuovi lettori di religione, la preferenza alla mediazione biblica, il sempre maggiore ricorso, anche se frammentario, alle categorie del cristianesimo per dare un senso all’umano; tutti elementi che sembrano potersi nutrire dalle nostre riflessioni e lasciare a un futuro prossimo un compito capace di raccogliere in unità quanto abbiamo fatto emergere. Almeno così speriamo.

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