Chaim Potok

Chaim Potok è uno dei maggiori rappresentanti della letteratura ebraica contemporanea e uno dei più grandi scrittori del XX secolo.
Rispondendo a chi gli chiedeva quali fossero secondo lui i contenuti e gli scopi della letteratura, diceva:
La verità della vita, la durezza della vita, la difficoltà della vita, il modo in cui riusciamo ad affrontarla e, la cosa più importante, come siamo fatti dentro quando ci confrontiamo con il mondo …lo scopo della letteratura è confrontarsi con la realtà così com’è, vedere come gli uomini possono agire e confrontarsi tra loro” (Intervista a Chaim Potok per Fahrenheit, online sul sito di Radio3, 1/11/2001). E i contenuti dei suoi scritti, i drammi presenti nella sua narrazione, i conflitti interiori, le passioni e le scelte riflettono le sue convinzioni ed esperienze personali, i giudizi maturati, i rapporti con le persone che ha conosciuto e in mezzo alle quali è vissuto, i comportamenti osservati, i caratteri della società a lui contemporanea.
Questa la sua vocazione e l’obiettivo del suo operare: scrivere la verità della vita perché ogni uomo, a qualunque religione o cultura appartenga, si riconosca nella parola scritta, nei personaggi presentati, nelle vicende narrate, e possa arricchirsi di una umanità che è comune a tutti gli uomini, imparando a riflettere e a giudicare, in un confronto e incontro fra uomo e uomo che la letteratura favorisce e chiede.

La vita
Chaim Potok è nato nel 1929 (un anno difficile per l’economia e la società americana) a New York, dove si era trasferito il padre immigrato dalla Polonia, spinto dall’antisemitismo sempre più violento che costringeva gli ebrei ad abbandonare il loro paese d’origine.
La sua famiglia e i suoi avi erano ebrei di stretta osservanza, e questo è il ritratto che egli ha dato di sé nel corso di un’ intervista con Cheryl Forbes : “Io ero chassidico, anche se non avevo la barba e i riccioli rituali. Mia madre discendeva da una importante dinastia chassidica e mio padre era chassidico. Questo dunque è il mondo da cui discendo”.
Il nome della famiglia Potok significa “corso d’acqua veloce”, e il nome proprio Chaim significa “vita” e probabilmente gli proveniva dal nonno russo.
Con la famiglia, Chaim ha trascorso a Brooklin l’adolescenza e all’età di nove anni mostrava già di possedere uno spiccato spirito d’artista: oltre allo studio si dedicava alla pittura, pur essendo consapevole che questa sua passione non poteva essere ben vista, anzi veniva inevitabilmente ostacolata dai genitori, perché le arti, soprattutto la pittura e la scultura, sono considerate dagli ebrei una violazione del secondo comandamento.
Quest’ arte in seguito è stata abbandonata (anche se in realtà lo scrittore non ha mai rinunciato del tutto a dipingere, come dimostrano le sue opere pittoriche), ma col passare del tempo una vocazione più profonda si veniva sempre più affermando nel giovane Chaim, indirizzandolo verso il mondo della scrittura.
Un’estrema vigilanza si applicava a tutta la sua educazione, e per quanto riguardava la sua formazione culturale, le letture permesse erano controllate e selezionate dai genitori, che conformemente alla loro concezione educativa e religiosa cercavano di distoglierlo dall’accesso a testi che non riguardassero il mondo ebraico e le sue tradizioni immutabili, tramandate di generazione in generazione.
Nella realtà, come egli ha spesso ricordato, questo controllo non gli impediva di frequentare le biblioteche e di leggere con passione gli autori che avrebbe considerato per tutta la vita i suoi modelli e maestri: James Joyce, Thomas Mann, Fëdor Dostoevskij, Ernest Hemingway e Shmuel Yosef Agnon. All’età di quattordici anni fu colpito dalla lettura del romanzo Ritorno a Brideshead di Evelyn Waugh e la successiva conoscenza di Joyce lo convinse che la scrittura era la sua strada e la sua vocazione .
Così, mentre apprendeva il Talmud secondo l’educazione ortodossa impartita ai giovani della sua età, Chaim iniziava a scrivere e con l’audacia della giovinezza, a 17 anni non esitava ad inviare il suo primo manoscritto alla rivista The Atlantic Monthly, ricevendo dall’editore i complimenti per quanto aveva scritto.

Gli studi
Chaim Potok si è applicato agli studi con successo, laureandosi nel 1950 magna cum laude in Letteratura Inglese e successivamente ottenendo una laurea master in Letteratura ebraica. A 25 anni è stato ordinato Conservative Rabbi e come cappellano militare ha partecipato alla guerra in Corea (ne parlerà nel romanzo Io sono l’argilla).
Conclusasi questa importante esperienza, Potok sentiva urgente la necessità di approfondire i suoi studi e in particolare di conoscere meglio la cultura occidentale; per questo si è iscritto all’Università della Pennsylvania e ha studiato filosofia.
Si è sposato nel 1958, è stato docente universitario, redattore capo di una rivista ebraica e, parallelamente allo svolgersi della sua vita famigliare e della sua professione, non ha mai cessato di scrivere, pubblicando romanzi, testi teatrali, saggi e recensioni.
Il suo profilo è dunque quello di un uomo profondamente colto, studioso della storia e della letteratura, narratore e critico letterario.

Romanzi
Come romanziere, Potok si è imposto subito nel panorama letterario americano con il romanzo d’esordio The Chosen del 1967 che è stato citato nella lista dei “best seller” del The New York Times per 39 settimane e ha venduto in uscita 3.400.000 copie.
I contenuti delle sue opere successive apparivano interessanti e nuovi: nessuno come lui aveva mai parlato del mondo ebraico rendendolo accessibile e comprensibile al grande pubblico, spiegandone la complessa fisionomia, la cultura, le origini e le tradizioni, le dinamiche interne, i problemi irrisolti che venivano gelosamente nascosti.

Opere
Ricordiamo fra le numerose opere dello scrittore: Danny l’eletto (1967), La scelta di Reuven (1969), Il mio nome è Asher Lev (1972), In principio (1975), Storia degli ebrei (1978), Il libro delle luci (1981), L’arpa di Davita (1985), Io sono l’argilla (1992), Il maestro della guerra (1995), Novembre alle porte (1996), Il dono di Asher Lev (1990), Zebra and Other Stories (1998).

Prima di lui. Gli anni 1920-1930
Molto diversi erano apparsi i contenuti narrativi con i quali la generazione di scrittori ebraico-americani precedenti a lui si erano affermati.
Attorno agli anni ’20 infatti, quando l’America, alla fine della Prima Guerra Mondiale, era diventata il più grande polo ebraico del mondo, i testi descrivevano il dramma degli immigrati preoccupati di non essere emarginati, di insediarsi senza difficoltà e di assimilarsi progressivamente e ordinatamente nel nuovo ambiente.
Dopo gli anni ‘40 la nuova generazione natia, di cui fa parte Potok, leggiamo in Identità e letteratura nell’ebraismo del XX secolo/Dalla periferia al centro in America, non sentiva più come propri questi problemi e si riteneva sia a livello religioso che etnico parte integrante della nazione.
Essere un ebreo americano divenne sempre più uno dei modi di essere americani. E non aveva un’altra madre patria a cui riferirsi con nostalgia o da usare come metro di paragone… La difficoltà immediata di acclimatarsi era stata superata.”
Non era scomparsa una letteratura caratteristicamente ebraica, ma gli argomenti trattati e la forma espressiva erano mutati profondamente.
Potok rientra in questa seconda generazione di scrittori ebreo-americani.
Le tematiche e le situazioni descritte nei suoi romanzi riflettono il mondo ebraico, ma sono collegate e inserite nel contesto sociale dei suoi anni e della società americana: non ci si volge al passato per descriverlo e non si guarda più con la nostalgia di Joseph Roth alle ataviche tradizioni religiose o al triste tramonto dell’Impero Austro-Ungarico.
Profondamente radicato nella sua tradizione, lo scrittore ne dà nei suoi scritti una rappresentazione viva, mostrandola in tutta la sua ricchezza culturale e spirituale, attraversata al tempo stesso dallo scontro fra tradizione e libertà, formalismo e moralità, vocazioni personali e obbedienza ai Sacri Testi, senza censurare nulla, perché il lettore sia spinto a capire di più il mondo cui appartiene se ebreo, un mondo diverso dal proprio per cultura e tradizione se non ne fa parte.
Così, mentre Potok racconta vicende particolari come quella dei giovani protagonisti di grandi cambiamenti epocali in Danny l’Eletto, o di una bambina che ne L’Arpa di Davita vive la divergenza fra due diversi fondamentalismi, o del giovane Asher combattuto, come vedremo, fra la passione per le arti figurative e la disapprovazione del padre, egli parla di tutti gli uomini e della responsabilità che ognuno deve avere nell’affermare il proprio volto e destino, le motivazioni e le origini dei propri giudizi e scelte.
Ognuno di noi è una creatura unica” ha dichiarato (Lezione tenuta il 20 marzo 1986 nel Tennessee) e il Cristianesimo e il Giudaismo, secondo Potok, affermano entrambi questo supremo valore dell’io, l’esistenza nell’uomo di una realtà superiore a qualsiasi realtà soggetta al tempo e allo spazio.
E questa convinzione di una comune radice del destino e del valore della persona rende particolarmente interessante per tutti questo autore.

I viaggi e gli incontri
Potok ha trascorso buona parte della sua vita a Merion, in Pennsylvania, ma è stato anche alcuni anni a Gerusalemme, con la moglie e i figli e ha girato il mondo parlando di sé e della sua visione della scrittura, avvicinando paesi e culture diverse, aperto ad ogni incontro, amico di ogni confronto, per quella profonda umanità e positività che lo hanno sempre caratterizzato.
E’ venuto più di una volta in Italia, ha tenuto una conferenza al Centro Culturale a Milano nel 1998, ha concesso molte interviste in cui ha messo in discussione le sue concezioni, dialogando amichevolmente con i suoi interlocutori.
Nel 2001, durante il suo ultimo incontro con lo scrittore Luca Doninelli a Torino, quando Potok era già minato dalla malattia, aveva parlato a lungo dell’attrattiva che il Cristianesimo esercitava su di lui e aveva raccontato un fatterello della sua infanzia. Accanto al negozio del padre sulla Broadway, c’era quello di un ciabattino italiano che cantava sempre a squarciagola arie d’opera ed era sempre contento. Questo ciabattino era molto religioso: teneva il rosario appeso a un gancio e aveva diverse bottigliette con l’acqua di Lourdes. Ne era rimasto affascinato e non aveva mai dimenticato quel negozio e quel ciabattino.
Rivolto a Doninelli disse: «Sa, credo di non essere più uscito da quella bottega. Io sono ancora lì».
Si è spento il 23 luglio del 2002 all’età di settantatré anni, in seguito ad una lunga battaglia contro un tumore al cervello.

Gli anni del terrore in Russia (1938-1953)
Il 13 gennaio 1953, il governo sovietico annunciava al mondo che nove medici del Cremlino, sei dei quali avevano nomi ebraici, avevano ucciso, tra il 1945 e il 1948, alcuni stretti collaboratori di Stalin e, per ordine degli imperialisti occidentali e dei sionisti, stavano preparandosi a colpire i vertici del partito e dell’esercito dell’Unione Sovietica.
Viene ricordato come il tristemente celebre “complotto dei medici”, e fu interpretato come il segnale che, dopo le purghe degli anni Trenta, Stalin stava per lanciare un nuovo Terrore.
Infatti, nelle sei settimane seguenti i giornali non facevano che riferire di ebrei che erano stati arrestati, licenziati o giustiziati per “crimini economici” o “spionaggio”. L’epilogo era segnato: si verificò la deportazione di due milioni di ebrei russi nei gulag della Siberia e del Kazakhstan.
Potok ripetutamente nel suo romanzo Il mio nome è Asher Lev (1972) attraverso la missione e i viaggi del padre di Asher, il protagonista, la morte del cognato e gli studi di Rivkeh ricorda sia negli anni della seconda guerra mondiale, sia dell’immediato dopoguerra, le ripercussioni della tragedia della Shoà sulla comunità ebraica di New York, che con angoscia si teneva informata su ciò che accadeva e non voleva abbandonare i propri fratelli perseguitati.
In quegli anni per molti ebrei, ci testimonia Potok, l’America ha rappresentato una via di salvezza e gli emissari inviati in Russia come il padre di Asher, avevano il compito di strappare da morte certa quanti più ebrei riuscivano, trovando il modo ogni volta più problematico, di portarli in America e di trovare poi per loro una casa e un lavoro, con il sostegno economico della intera comunità ebraica.

L’educazione in alcuni romanzi di Chaim Potok
Così Potok ha detto al Meeting per l’amicizia tra i popoli nel 1999: “Per quanto concerne l’infinito, o il trascendente, tre sono le cose che vorrei evidenziare: innanzitutto che non posso parlarne, sono pochissime le persone che sono state in grado di parlarne con credibilità, che sono state in grado di descrivere esperienze con Dio, che descrivono Dio, l’infinito o il trascendente. Ciò di cui possiamo parlare è il rapporto fra Dio e l’essere umano, è questo l’aspetto di cui possiamo parlare, questo rapporto è un dato di fatto. Se potessi parlare di Dio, significherebbe che io sono Dio, mentre non lo sono: sono un essere umano.

In secondo luogo devo dire che nessuno, assolutamente nessuno, ha il monopolio dell’esperienza con Dio. Infine – ed è la terza cosa – negare la possibilità di quest’esperienza di Dio, equivale a negare uno degli elementi fondamentali della nostra natura umana. Sono uno scrittore, uno scrittore di storie, e come scrittore vorrei raccontare alcune esperienze: i miei incontri con ciò che noi chiamiamo l’infinito o il trascendente…”

Scrittore ebreo americano morto alcuni anni fa, Potok nei suoi romanzi rivolge gran parte della sua attenzione al mondo ebraico contemporaneo, facendolo conoscere anche ai lettori non ebrei. Alcuni suoi romanzi hanno al centro le comunità ebraiche americane, soprattutto quelle chassidiche; altri si occupano della recente storia degli ebrei nell’Europa orientale, con particolare riguardo alla Russia.
Protagonisti di molte sue opere narrative sono bambini che diventano grandi e giovani che devono affrontare le scelte decisive della loro vita, la vocazione. Pertanto è possibile trarre molti spunti sul tema dell’educazione, anche se non viene mai trattato esplicitamente.
In questa occasione l’attenzione sarà rivolta fondamentalmente a quattro romanzi di ambiente comune: Danny l’eletto (1967), La scelta di Reuven (1969), Il mio nome è Asher Lev (1972) e Il dono di Asher Lev (1990).
Le comunità chassidiche, al centro di questi romanzi, nate nel XVIII secolo in Polonia ed emigrate in tempi recenti, sono fortemente coese, legate all’osservanza dei comandamenti e alle tradizioni. Le famiglie abitano vicine (una zona di Brooklin), in quartieri sorti intorno a un rebbe, che non è solo il rabbino capo della comunità, ma la indiscussa guida di ciascuno, venerato come un santo, un tramite con Dio (tzaddik). La carica di rebbe è solitamente ereditaria. I chassidim frequentano la stessa sinagoga; mandano i bambini nelle scuole da loro fondate, in cui si studiano le materie normali (sono in America!), ma l’importanza maggiore è data alla Torah e al Talmud; vanno in vacanza nelle stesse località, ecc. Gli uomini sono sempre vestiti di scuro, con il cappello scuro e le frange rituali sotto la camicia; portano la barba e i boccoli ai lati del capo. Molti nelle festività indossano un colbacco e abiti di foggia antica. Le donne portano sempre abiti con le maniche lunghe e una parrucca per nascondere i capelli. Il sabato e le feste sono un momento fondamentale nella vita delle famiglie e della comunità.
Nel quinto anno dopo la fine della seconda guerra mondiale, il quartiere di Williamsburg a Brooklin, in cui risiedevano molti ebrei ortodossi e alcune comunità chassidiche, cambiò completamente per l’arrivo degli scampati dai campi di concentramento. Si cominciò a sentire il clima, la rigidezza, l’oscurantismo dei ghetti dell’Europa orientale. (cfr. La scelta di Reuven, Introduzione, pp. 188-189, p. 241).
La coesione e l’attaccamento alle tradizioni delle comunità possono essere di grande aiuto per il singolo, che si trova un alveo in cui crescere e vivere, ma anche creare tensioni e problemi.

 

Il rapporto padre-figlio
I primi punti di riferimento per i bambini che crescono sono naturalmente i genitori, in particolare il padre. È il padre che introduce il bambino nella vita della sua comunità. Il padre si impegna sempre al massimo nel suo lavoro, ma quando può dedica molta attenzione al figlio, in particolare durante il sabato.

Il caso del rapporto più positivo e sereno è quello tra Reuven Malter e suo padre David, nei romanzi Danny l’eletto e La scelta di Reuven. Sono ebrei ortodossi ma non chassidim, aperti alla modernità. Il signor Malter è sempre molto impegnato come professore di talmudismo, scrittore, attivista sionista, ecc., ma dedica sempre un momento della sera a fare due chiacchiere con Reuven. Il sabato lo trascorre a casa e studia il Talmud con il figlio. Lo consiglia di diventare amico di Danny Saunders, perché, come è scritto nel Talmud, l’uomo per il proprio bene deve cercarsi due cose: un maestro e un amico.
Per Reuven le cose si complicano con l’arrivo nella sua facoltà rabbinica di un insegnante proveniente dall’Europa orientale, Rav Kalman, non chassid ma ultraortodosso, rigidissimo, collerico, strenuamente contrario ai metodi moderni di analisi e confronto testuale seguiti per esempio da David Malter. Egli crea nella scuola una situazione di grande tensione e vuole imporre a Reuven di seguire il metodo tradizionalista di studio del Talmud e non quello del padre, se no non gli concederà l’ordinazione rabbinica. Reuven non vuole comunicargli una scelta teorica, ma vuole fargli vedere, durante l’esame, come affronterà l’argomento concreto che gli verrà proposto, usando il metodo più moderno che ritiene più adeguato.
Si può dire dunque che, anche in una situazione ideale di rapporti, indirettamente il padre può creare al figlio dei grossi problemi.

Danny Saunders, l’altro protagonista dei due romanzi citati, è un chassid, anzi, è il figlio del rebbe della sua comunità ed è destinato a succedergli nella carica (per questo nel titolo è l’eletto). È intelligentissimo, impara tutto con sorprendente velocità ed ha la irresistibile esigenza di uscire dai ristretti confini della cultura della sua comunità, dedicandosi a studi da essa proibiti, considerati pagani, come per esempio la psicologia.
Il rabbino Saunders ha scelto un modo particolare di educare il figlio, seguendo la tradizione della sua famiglia: il silenzio. Gli parla solo il sabato, solo del Talmud, quando lo studiano insieme. Reuven trova detestabile questo sistema e dirada i rapporti con la famiglia Saunders.
Tra padre e figlio Saunders si crea una forte tensione: con il passare degli anni Danny sente di non avere la vocazione di rebbe, ma quella di psicologo, non può parlarne con il padre e teme la sua collera. Decide comunque di fare domanda di iscrizione ad alcune Università e le lettere di risposta non possono non essere notate dal padre.

Ne La scelta di Reuven c’è un’altra coppia padre-figlio: Abraham e Michael Gordon. Il padre, Abraham, è un diverso tipo di ebreo americano: era stato educato nell’ortodossia, ma aveva poi smesso completamente di prendere sul serio la sua religione.
E nondimeno, strano a dirsi, scoprì che gli era impossibile abbandonare i rituali della tradizione. L’intera struttura teologica su cui si basavano i rituali si era disintegrata, ridotta a uno scherzo: la creazione in sei giorni, la Rivelazione, i miracoli, un Dio personale – tutto quanto, insomma. Ma i rituali – in particolare la preghiera, la kasheruth, lo Shabbat e le altre festività – possedevano ai suoi occhi un valore intrinseco (…). Poi abbandonò anche i rituali. Dopo la shoà però, raccontava, «Giocai d’azzardo. Scommisi che nella tradizione c’erano forza e profondità sufficienti a consentirmi di trasformarla in qualcosa di più di un raccontino biblico ad uso della scuola domenicale. Il fondamentalismo non mi faceva gola. Volevo che l’ebraismo americano diventasse tale che una persona intelligente avrebbe dovuto prenderlo sul serio; tale che, lungi dal riderne, avrebbe desiderato amarlo [1]».
Sceglie dunque di diventare professore di pensiero ebraico al Seminario Zachariah Frankel, considerato eretico dagli ultraortodossi. Ogni suo libro o articolo è oggetto di violenti attacchi da parte dei critici ortodossi. Egli raccoglie tutti quegli articoli in quello che chiama l’album dell’odio. Rav Kalman è uno dei suoi più strenui avversari. Michael, il figlio adolescente, soffre di gravi disturbi psichici, viene ricoverato e curato anche da Danny, che sta iniziando la sua professione. Durante l’analisi emerge che una delle cause del suo male è proprio il conflitto del padre con altri ebrei: egli pertanto si trova ad amare e odiare l’ebraismo, amare e odiare il padre che lo mette in questa situazione di tensione (i critici infatti condannano Gordon, senza specificare il nome, è dunque come se condannassero lui).

In Il mio nome è Asher Lev il piccolo Asher sente prepotentemente la vocazione di pittore (un misterioso dono). Nella sua comunità chassidica la pittura è tollerata al massimo come arte decorativa, ma è considerata un’attività pagana. Anche a scuola il bambino trova un’aperta ostilità. Il padre Arieh lavora per conto del rebbe, di cui è il principale collaboratore: viaggia indefessamente per fondare e sostenere comunità e scuole in Europa e far emigrare ebrei dalla Russia sovietica. Egli non capisce e non può condividere la vocazione del figlio: dopo aver tollerato nell’infanzia il suo continuo disegnare, poi lo rimprovera di perdere tempo o addirittura di dedicarsi ad una attività che viene “dall’altra parte”, dal demonio. La madre cerca di mediare, ma la tensione è molto forte.

Come si vede da questi esempi, padri e figli si causano reciprocamente difficoltà e sofferenze, seppure involontariamente e indirettamente. Ma il compito dell’educazione è evitare le sofferenze e i problemi? La sofferenza nasce da una colpa del genitore o del figlio, o è qualcosa di indipendente e di inevitabile? I genitori si sentono spesso quasi artefici o responsabili della “felicità” o almeno della serenità dei figli e quando sorgono dei problemi sono subito pronti a sentirsi in colpa, a chiedersi: dove ho sbagliato?
In questi romanzi invece emerge che la funzione educativa del genitore non sta nell’evitare al figlio i problemi, ma soprattutto nel vivere fino in fondo la propria vocazione e di essere in questo un esempio.

Note
[1] Chaim Potok, La scelta di Reuven, Garzanti, 1992, p. 280 – 281.

La comunità
La comunità è come un alveo in cui il singolo viene aiutato nel suo cammino; esercita anche una forte attrattiva.
Ne Il dono di Asher Lev, Asher, pittore ormai famoso in tutto il mondo, che aveva stabilito la sua dimora in Costa Azzurra, torna a Brooklin con la moglie e i due bambini per il funerale dello zio e viene ospitato dai genitori. La moglie, che aveva attraversato le terribili traversie degli ebrei europei e aveva perso tutta la sua famiglia, si trova qui a suo agio e ritiene che per i bambini valga la pena fermarsi più a lungo di quanto programmato: «Qui c’è la comunità e il rebbe», ripete per convincere il marito.
Ma la comunità può creare anche tensioni e problemi, perché spesso ha una mentalità ristretta, conformistica, e se una persona ha una particolare personalità o vocazione essa tende a rifiutarla. La comunità è veramente un aiuto quando è guidata da una valida autorità, da un rebbe che si potrebbe definire un “santo”.

L’autorità
Il rebbe “santo” è in grado si risolvere o sbloccare le situazioni difficili che si possono creare. Egli non solo guida la comunità nel suo insieme, ma vigila paternamente sulla vita di ciascuno, tutti si rivolgono a lui per ogni decisione ed egli non esita a convocare le persone con cui desidera conferire. E spesso si dimostra “creativo”, assumendo decisioni che spezzano il conformismo della comunità: essa si scandalizzerebbe se tali decisioni non venissero appunto dal rebbe.
Il rabbino Saunders spiega a Reuven e Danny, al termine di Danny l’eletto, il suo comportamento che tanto aveva disorientato e fatto soffrire Danny. Anche lui era stato educato nel silenzio. Quando fu in grado di capire, suo padre gli chiarì che
«lo tzaddik, a preferenza di ogni altra persona, deve avere la conoscenza del dolore. Lo tzaddik deve saper soffrire per la sua gente, disse. Deve toglierle il dolore e reggerlo sopra le proprie spalle. Deve reggerlo sempre. (…) Anche quando balla e quando canta, deve piangere per le sofferenze della sua gente. (…) Non volevo allontanare mio figlio da Dio, ma non volevo che lui coltivasse una mente senz’anima. Fin da quando era bambino sapevo già che non sarei stato in grado di impedire alla sua mente di indirizzarsi verso il mondo in cerca di conoscenza. Sapevo in cuor mio che questo lo avrebbe probabilmente dissuaso dal prendere il mio posto. Ma dovevo impedire che lo alienasse del tutto dal Signore dell’Universo. E dovevo ottenere la certezza che la sua anima sarebbe stata l’anima di uno tzaddik indipendentemente da ciò che lui avrebbe fatto nella sua vita. (…) Pensi che io sia stato crudele? (…) Forse è vero. Ma lui ha imparato. Il mio Daniel faccia pure lo psicologo. So che vuol fare lo psicologo. Non vedo, forse, i suoi libri? Non vidi le lettere delle università? Non vedo i suoi occhi? Non sento piangere la sua anima? Naturale che lo so, lo sapevo da un pezzo. Faccia pure lo psicologo, il mio Daniel, adesso non ho più paura. Sarà uno tzaddik per tutta la vita. Sarà uno tzaddik per il mondo. E il mondo ha bisogno di uno tzaddik.» [1] Alcuni giorni dopo Saunders comunica alla comunità riunita in sinagoga che Daniel non gli succederà ma farà lo psicologo. La decisione suscita scalpore, ma poi tutto si quieta.
I metodi educativi del rabbino Saunders possono lasciare perplessi o indignati, ma uno psicologo capace di capire e condividere la sofferenza degli altri non ha una formazione trascurabile.

Il rebbe de Il mio nome è Asher Lev e Il dono di Asher Lev è una splendida e luminosa figura, capace di far trasparire l’amore di Dio per il suo popolo e per ogni individuo. Lavora indefessamente e riceve nel suo studio anche nel cuore della notte. Ispira una sorta di timore reverenziale. Ben presto viene a sapere del dono di Asher e dei problemi che esso comporta. La sua soluzione spiazza tutti: non solo il ragazzino prenderà lezioni di pittura, ma andrà nientemeno che dal più grande artista che vive a New York: Jakob Kahn, un ebreo non osservante che però ha conservato l’amicizia e la stima del rebbe. Pretende però, potremmo dire in cambio, che Asher studi il francese e, dopo qualche anno, anche il russo. Non solo perché un grande artista deve viaggiare, ma anche per un altro motivo, che egli spiega così al ragazzino:
«Ti dico cosa mi disse una volta mio padre, possa riposare in pace. I semi devono essere seminati dappertutto. Solo alcuni daranno frutti. Ma non ci sarebbero i frutti dei pochi se non ne fossero stati seminati i molti» [2].
Seminare con larghezza, anche fuori dai confini prevedibili: anche questo è un utile suggerimento per l’educazione.

L’insegnamento
Nei romanzi di Potok insegnare non è mai qualcosa di spersonalizzato, finalizzato ad un apprendimento teorico o tecnico. Quando Jakob Kahn accetta di insegnare ad Asher, non gli fa lezione, ma lo accompagna: gli fa fare certe cose importanti per la sua formazione, gli dà dei suggerimenti, gli assegna dei compiti, poi lavorano insieme, ciascuno alle sue cose, valutano insieme i lavori, vanno insieme a vedere mostre di altri artisti. Addirittura trascorrono insieme le vacanze al mare.

Può essere interessante il confronto, per contrasto, con le vicende di Leon Shertov, ne Il medico di guerra [3]. Quando è un giovane soldato ebreo, durante la prima guerra mondiale e poi la guerra civile, ha modo di constatare il violento antisemitismo che permea l’ambiente che lo circonda e gli viene a mancare il coraggio di dichiararsi ebreo, tanto più che il suo villaggio e la sua comunità vengono completamente distrutti. Invitato, dopo il successo di alcune operazioni, ad entrare nella polizia, gli viene anche cambiato il nome, che rivela troppo apertamente le sue origini (si chiamava Kalman Sharfstein). Segue un corso di istruzione per i funzionari della polizia segreta sovietica che dovranno condurre gli interrogatori. In questa attività farà poi carriera. Così egli ricorda quel corso:
La scuola si trovava in un edificio in pietra all’interno di un complesso alberato e recintato fuori Mosca. In mezzo ad alti pini invernali, abeti e querce, accanto a un laghetto ghiacciato, lontano da occhi estranei, eravamo in ventidue a studiare le molte debolezze del corpo e della mente umani. Giorno e notte apprendevamo la rigorosa scienza delle indagini, dell’arresto, dell’interrogatorio, della persuasione e della confessione; i metodi per indurre impotenza o sconcerto; come aggiungere terrore a terrore. (…)
Da istruttori esigenti, ma non brutali, imparammo a maneggiare bastoni, fruste, manganelli e altri strumenti. Tutto ci veniva insegnato in modo professionale e noi studiavamo sodo per dominare le diverse tecniche.
Per quanto mi era dato capire, nessuno di noi poteva essere definito un sadico. Una volta un istruttore anziano parlò brevemente dell’estetica del dolore. «A detta di alcuni, a volte la sofferenza crea grande bellezza. Sostengono che per provare piacere nell’infliggere dolore è necessario torturare. Be’, quelli che dicono ciò sono dei porci degenerati, dei cani rabbiosi che vanno abbattuti. Noi non siamo qui per provare piacere, ma per compiere un dovere»
 [4].
Come si può notare, in questo tipo di insegnamento manca del tutto il rapporto personale. La scuola è isolata, vi si apprendono concetti astratti, una rigorosa scienza, tecniche e metodi. È il sistema migliore per produrre perfetti aguzzini.

Per tornare al problematico rapporto tra Rav Kalman e Reuven, esso mette in luce che cosa può contare nel rapporto tra maestro e discepolo. Durante l’esame per l’ordinazione rabbinica, Reuven mette in atto il metodo di affronto del testo che aveva appreso dal padre e che Kalman detesta, e diventa in un certo senso maestro del suo professore. Questi resta molto colpito e infine non può che dare al giovane la sua approvazione. Così in seguito gli motiva la sua decisione:
«Ascoltare e veder applicare il metodo di tuo padre è ben diverso dal leggerne meramente le parole… Una voce… ci vuole una voce per dargli vita… (…) Un tempo avevo degli allievi che parlavano con tanto amore della Torah, da farmi udire il Cantico dei Cantici nella loro voce. (…) Non avevo più udito il Cantico dei Cantici da… da… (…) Non avevo più udito il Cantico dei Cantici in America finché non ho udito la tua voce agli esami. Non le tue parole, ma la tua voce. Le parole non mi sono piaciute. Ma la voce…(…) Il metodo di tuo padre è ghiaccio quando lo si vede sulla carta stampata. Non possiamo stampare il nostro amore della Torah. Ma lo si può ascoltare in una voce.» [5] L’insegnamento dunque consiste principalmente nella voce che dà vita a quanto si insegna, ovvero che comunica quello che si vive, per noi l’amore a Cristo. Quelli che hanno avuto il bene di ascoltare don Giussani, per esempio, sanno che cosa vuol dire.

Note

[1] Chaim Potok, Danny l’eletto, Garzanti, 1990, p. 350-353.
[2] Chaim Potok, Il mio nome è Asher Lev, Garzanti, 1996, p. 243.
[3] In Vecchi a mezzanotte, Garzanti, 2001.
[4] Chaim Potok, Il medico di guerra, in Vecchi a mezzanotte, Garzanti, 2001, p. 101.
[5] La scelta…, p. 336-337.

 

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