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C’è del sacro in… Simone Weil

di Nuccio Puglisi
Fonte: lucialibri

Una figura eccezionale, quella della filosofa Simone Weil, per cui l’attenzione fu ciò che per Aristotele era stata la meraviglia: il principio di ogni conoscenza, e di ogni amore per la conoscenza. Mai, come in una simile anima, misticismo e conoscenza si fusero in qualcosa di così meraviglioso…

Nel precedente articolo di questa rubrica dedicata al Sacro Letterario, avevamo tracciato un ritratto del grande Solovev, anticipando che nel numero seguente – ovvero questo, che state leggendo – ci saremmo sforzati di dipingere un altro volto, nonostante i colori sulla nostra tavolozza siano ancora oggi insufficienti a tratteggiarne ogni sfumatura: il Sacro è un’epifania spontanea che rifugge e condanna implicitamente il tentativo di descrivere l’ineffabile. Ogni articolo, recensione, biografia e quant’altro abbia l’ambizione di voler riassumere l’infinito contenuto in certe creature, somiglia pericolosamente ad un’indebita e illecita appropriazione dell’invisibile, del Mistero. Se poi questo, in un certo istante di eternità, ha voluto assumere i tratti umani di una donna che si chiama Simone Weil, allora ci si scopre simili a coloro che vollero fabbricarsi un vitello d’oro.
Ora, non è certamente nostra intenzione “divinizzare” nessuno, per quanto parlando di Simone Weil si senta un compulsivo istinto all’apoteosi! È però d’obbligo precisare che, se è vero che ella fu “solo” una donna, una creatura squisitamente “umana”, è altrettanto esatto affermare che se Dio ha conseguito una certa abilità nel palesarsi all’uomo, ciò gli è venuto bene proprio attraverso l’umanità. E l’umanità di una donna.
No, non si tratta di una nuova Incarnazione, se non di quella unica e meravigliosa che si ripresenta ogni giorno, quando il Sacro si affaccia dagli occhi di chi ci sta attorno.

L’attenzione

Ebbene. Vi fu un tempo, un troppo piccolo segmento della Storia umana, in cui il Sacro si affacciò da due occhioni scuri incorniciati da rotonde finestre che si sporgevano perennemente sul mondo, con una curiosità oltre il limite del desiderio: quell’attenzione che fa di un essere umano una lanterna vivente accesa su ogni possibile traccia dell’Essere. Erano gli occhi di Simone Weil, era la “sua” attenzione, ovvero quell’atteggiamento conoscitivo che divenne contemplativo, quell’habitus che divenne per lei virtù suprema; insomma, per Simone Weil l’attenzione fu ciò che per Aristotele era stata la meraviglia: il principio di ogni conoscenza, e di ogni amore per la conoscenza; la filosofia non come disciplina, ma come stile di vita: il pensiero metodico come necessità e responsabilità di esistenza più che semplice ruolo sociale.

Lo specchio delle brame di se stessa

Parliamo di un’autrice la cui bibliografia appare sterminata, non solo in termini quantitativi ma certamente in riferimento ai contenuti, così meravigliosamente disordinati come solo l’anima dei grandi sa essere: contenuti che, dovendoli collocare all’interno dello scibile umano, non avremmo dubbi ad etichettare come “filosofia”, e formalmente potrebbe anche andar bene (se non è filosofa la Weil, chi lo è?). Ma se, come detto prima, l’amore per la conoscenza è soprattutto un atteggiamento, allora i contenuti di Simone travalicano prepotentemente l’ambito di qualsivoglia collocazione scientifica per presentarsi a noi come “semplice” riflesso di un “puro ed inarrestabile flusso speculativo”: un’anima che specula nel senso più prossimo all’etimologia di questa parola, un’anima che riflette il mondo in cui vive, e sul mondo in cui vive; un’anima che fu – per così dire – lo “specchio delle brame” di se stessa, senza mai dimenticare che uno specchio riflette la nostra immagine ma presuppone un’invisibile profondità senza la quale ogni riflesso sarebbe impossibile. In questo senso, quando Simone interrogava se stessa, interrogava sempre Qualcuno al di là di se stessa, interrogava una “Profondità” che la richiamava continuamente dai suoi stessi abissi, e dalla quale ella si sentiva perennemente circondata.

Possedere per conoscere

Il punto è: cosa “bramava” Simone Weil? Qual era la sua più alta ambizione?
Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto ricordare che ella fu essenzialmente nient’altro che una bambina, lungo ciascuno dei suoi giorni terreni. E cosa brama una bimba? Cosa “desiderano” i bambini? Stare al centro, possedere, sapere! Con la modalità dei bambini, però, che non si declina come avidità di potere o vanità intellettuale (che poi sono la stessa cosa), ma come curiosità: il reiterato e martellante “perché” dei bimbi: esseri metafisici per eccellenza! Un bambino esige di possedere come necessità al suo desiderio di “conoscere”. Noi “grandi”, invece, vogliamo conoscere per possedere. Questa la prima e più grande differenza tra l’atteggiamento di Simone Weil e quello di tanti altri pensatori e filosofi come lei.

Gli studi e la salute

La bambina nacque a Parigi. E lasciamo così questa informazione. Nuda come la più bella e trascendente delle cornici.
La sua famiglia, ebraica di origine e appartenente ad una agiata, colta e benestante borghesia, fu invece la sua cornice sociale, quella entro cui si dipinse il quadro della sua infanzia e della sua prima giovinezza, destinati a diventare le fondamenta di tutta la sua vita. Simone Weil non sarebbe stata ciò che fu, se certi avvenimenti non l’avessero “intercettata” durante la sua tenera età. Certi eventi, infatti, più che cose che “accadono”, sembrano essere cose che “arrivano”, suscitate da una provvidenza realizzativa, mani tese dal destino perché una certa identità si avveri e si compia: il Sacro agisce così, come il daimon!
A tal proposito, riferiamo solo due fatti che sembrano abbastanza rilevanti.
Il primo riguarda i continui spostamenti che la famiglia Weil dovette subire a causa del lavoro paterno: questa cosa costrinse la piccola Simone, e suo fratello André, ad un’istruzione “disordinata”, non sistematica, non sempre dietro i banchi, ma il più delle volte somministrata da precettori privati o, addirittura, per corrispondenza. Ciò, se da un lato diventava ragione per patire una certa precarietà di istruzione fin dai primi anni, dall’altro diventerà struttura ad un approccio alla conoscenza che, già da allora, seppe avvantaggiarsi di un rapporto “personale” tra lei e le discipline del suo studio: uno studiare a prescindere dalla scuola, e disponendo di solo quattro insegnanti: la passione, l’intelligenza, la necessità e il desiderio.
L’altro fatto riguarda la sua salute cagionevole, incline… all’affezione! Certi corpi riflettono le necessità di certi spiriti, che Qualcuno sembra aver creato senza sistema immunitario, così che possano ammalarsi di frequente e rimanere perennemente feriti e inquieti. La piccola Simone era così fragile che fin dalla più tenera età le fu fatto divieto di contrarre contatti fisici con chiunque. E ciò che all’inizio voleva essere solo una profilassi divenne, col tempo, una psicosi profetica: per tutta la sua vita Simone Weil avrà enormi difficoltà a dare e a ricevere abbracci, carezze, baci. La sua tenera bellezza, che nei primi anni della sua vita era quasi un proclama di ciò che aveva dentro, si trasformerà giorno dopo giorno nel ritratto di una donna dai tratti trascurati, come se la sua femminilità fosse stata declinata, da un certo punto in poi, solo come puro spirito. E lei, tuttavia, non intendeva questo come un’astrazione. La sua femminilità, il suo essere donna, e persino le esigenze della sua estetica fisica, non divennero mai per lei oggetti da iperuranio: al contrario, nell’affermazione sempre crescente di questo suo limite, di questa sua carne che non riusciva a darsi, ella vide la piena concretizzazione di una umanità reale ma sempre incompleta, sempre desiderosa di una maggiore trasfigurazione. Simone “divenne” così la sua stessa carne: non vi era guizzo di pensiero, in lei, che non le si incarnasse! Simone si “somatizzava” in tutto ciò che pensava, che scriveva, che credeva! Parlava di poveri e di derelitti? Diventava povera e derelitta! Disquisiva di ingiustizie sociali e di sfruttamento della classe operaia? Sceglieva di divenire essa stessa oggetto di ingiustizia e di sfruttamento! Insomma, non vi era quaderno di appunti e di riflessioni di cui ella non scegliesse di farsi prima pagina.

Una contraddizione

Forse proprio tutto ciò costringeva il mondo, sempre troppo indifferenze, ad accorgersi di lei e a rimanerne sgomento. Non vi era persona, nel mondo alto e dotto della cultura accademica, o in quello piccolo e sotterraneo del margine sociale, che non guardasse a lei con stupore e ammirazione, con timore e curiosità.
Simone Weil divenne presto una contraddizione.
La sua scelta di abbracciare Cristo, come modello di umanità realizzata e redenta, divenne scandalo per coloro che – come lei – appartenevano al popolo giudeo. La sua propensione ad eleggere lo svuotamento della coscienza, come mezzo principale per raggiungere la vera conoscenza, divenne stoltezza per coloro che facevano parte dell’élite culturale dell’epoca e che conoscevano benissimo di cosa fosse capace un’intelligenza come la sua. Come se non bastasse, i poveri e i contadini che lei visitava, e presso i quali soggiornava desiderosa tanto di imparare quanto di esservi solidale, spesso diffidavano di lei perché la ritenevano sempre troppo al di là della loro portata, e si chiedevano cosa in realtà cercasse da loro questa professoressa aristocratica e raffinata, che neanche li degnava di un contatto o di un abbraccio (non potevano sapere!) e che tuttavia fingeva di voler assomigliare al loro mondo, un mondo che certamente non poteva e non doveva appartenerle! Già, perché il peggiore effetto che una società di consumo può produrre all’interno del suo tessuto socialmente più fragile e indifeso, è proprio quello di convincere i poveri che la loro povertà sia un “diritto di nascita”!

Tornando indietro…

Aggiungo subito, e senza scusarmene, un aneddoto personale, ché chiarisca il concetto appena su esposto. Un fatto che mi ha sempre dato l’immagine del paradosso che governa i rapporti sociali tra le classi: un paradosso così subdolo, così visceralmente annidato nel tessuto sociale da essere quasi invisibile ad occhio nudo, anche talvolta alle più illuminate anime!
Mio Nonno, dovendo occuparsi di assumere una persona che provvedesse delle pulizie in casa (nel tempo in cui mi madre e mio zio erano piccoli e i miei nonni lavoravano entrambi), mise un annuncio sul giornale e qualche giorno dopo gli si presentò una donna di circa quarant’anni. Oh, attenzione! Fu proprio mio Nonno lui a raccontarmi tutto ciò, quand’ero piccolo, stupendosi per primo di quello che sto per scrivere.
La donna, che aveva ottime referenze, si mostrava perfetta per l’incarico: era una gran lavoratrice, simpatica, allegra, disponibile, e appariva perfetta per condividere uno spazio abitato da due bambini. E parlava bene. Troppo bene. Il Nonno, che era professore di lettere, se ne accorse subito. Non si complimentò per non far apparire la cosa come straordinaria; tuttavia, tra un sorriso e l’altro, chiese maggiori informazioni su di lei. Quando la donna gli confessò, quasi fosse un peccato, di essere laureata, mio Nonno, che era socialista, si irrigidì. Rammaricato, la congedò con un “Le faremo sapere”. Non la assunse. Non le diede lavoro, le negò un impiego proprio nel momento in cui quella donna avrebbe potuto averne bisogno. E lo fece perché il contrario sarebbe stato terribilmente imbarazzante: gli sembrava moralmente ingiusto che una donna laureata potesse occuparsi di pulizie; peraltro, il fatto che egli fosse nella possibilità di darle un impiego non gli apparve in quel momento altrettanto (o più) “morale”.
Oggi queste cose fanno sorridere (davvero?), ma bisogna sforzarsi di collocare la nostra immaginazione in quel contesto, e cioè all’interno di un mondo che – per quanto colto ed anche socialmente avanguardista – pativa perennemente la frattura tra le classi, al punto che persino la più illuminata propensione alla redenzione sociale rimaneva incastrata dal paradosso della casta. In altre parole, in quel tempo mio Nonno credette di agire per il meglio, di “onorare” quella donna, di “riconoscerla” socialmente per ciò che era. Credeva di non aver ceduto alla violenza di una società che costringeva una laureata a questi mestieri, e nel momento in cui credette di non aver ceduto, cedette. Sì, perché in quella mentalità diffusa e inconsapevole, la donna laureata non possedeva il “diritto di nascita alla povertà, alla minorità sociale”! Non poteva pretenderlo! Non poteva sperare che l’abbraccio dei poveri si aprisse alla carità verso di lei, laureata, condannata per sempre ad essere “padrona”.
Quando a distanza di anni mio Nonno mi raccontò questo fatto (poco prima che morisse, quando avevo undici anni), queste furono le sue parole: «Allora mi sembrò di fare la cosa giusta; oggi me ne pento e vorrei tornare indietro per assumerla».
Non ebbi mai il tempo, crescendo, di chiedere a mio Nonno se conoscesse Simone Weil, se fosse a conoscenza di come – per la medesima ragione – non le fu mai permesso di compiere un passaggio pacifico e libero dalla borghesia al proletariato. No, non ne ebbi il tempo. Purtroppo. E anche io vorrei ritornare indietro.

Un collettivo ostracismo

Ma ritorniamo a noi. Per queste ragioni – dicevo – pur essendo apprezzata e stimata da tutti, pur essendo universalmente riconosciuta come una personalità illuminata e geniale, Simone Weil subì un collettivo ostracismo. Nella migliore tradizione gerardiana, il popolo sacrificò ciò che era già sacro: consegnò la vittima vergine e perfetta ad Azazel, al supplizio sacrificale dell’abbandono nel deserto, dopo che questa vittima si era lasciata caricare da tutti i mali del suo popolo, offrendosi liberamente alla sua “passione” (con tutta la triplice valenza semantica di questa parola) quando per amore, per desiderio e per empatica sofferenza, decise di lasciare l’insegnamento per andare a lavorare in fabbrica; in entrambi i casi non lasciò mai quella che credette da sempre essere la sua vera cattedra: il proprio dovere. E così, per esempio, nei fiumi e fiumi di inchiostro che ella versava per mettere da parte i propri pensieri sul mondo che la circondava, o nel tempo speso per lasciarsi perennemente stupire dal miracolo dell’Ispirazione (per cui credeva fermamente che i testi greci classici fossero ispirati quanto quelli biblici), o ancora nelle infinite giornate trascorse ad assecondare la sua mordace curiosità, cercando di imparare ciò che non conosceva ancora, e persino nella tenerezza dei suoi affettuosi pensieri nei confronti del fratello André (che ella costrinse a scrivere un libro insieme a lei), in tutto ciò Simone Weil non “durò” più di trentaquattro anni: poco, secondo le logiche del mondo; ma abbastanza da partorire una produzione letteraria che, ancora oggi, ha la forza di mettere alla prova lettori, filosofi e poeti. Oggi, però. All’epoca Simone Weil era “solo” una donna. Chi ne avrebbe sentito la mancanza?

La sua scandalosa piccolezza

Per questo, dopo aver consegnato al mondo la sua scandalosa piccolezza, che era stata capace di riflettere una grandezza smisurata, morì sola fuori dalle porte della sua Gerusalemme, che non era più solo Parigi ma il mondo intero: il “mondo”, con tutte le sue bellezze e putredini, era l’eletta città di Simone Weil. Ecco, lei ne morì al di fuori, nella solitudine riservata ai grandi, che si consuma con gli ultimi pensieri, con gli ultimi spasimi innamorati, con gli ultimi rossi colpi di tosse. La donna rimasta per sempre bambina, che nel suo Sposo divino aveva cercato l’unico vero abbraccio della sua vita, insieme all’erotica ebbrezza di una contraddizione capace di salvare l’uomo, concluse il corso della sua esistenza terrena in un remoto sanatorio di Ashford, in Inghilterra; povera, sola, abbandonata. Resa perfetta.
Mai, come in una simile anima, misticismo e conoscenza si fusero in qualcosa di così meraviglioso!
Mi piace concludere questo articolo con una precisazione prima, ed una citazione alla fine.
La precisazione è che, ovviamente, ho cercato in tutti i modi di evitare di essere esauriente e mi sono impegnato ad essere quanto mai vago: il contrario, in questo contesto, sarebbe stato impossibile, o pretenzioso; certamente folle. Ho voluto solo offrire qualche spunto e cogliere – in modo spudorato – l’occasione per parlare di una donna che in realtà amo con tutto me stesso, perché Simone Weil non la si può non amare. Sapendo dunque di non aver detto nulla su di lei, se non che la amo, sarebbe stupendo se queste righe vi spingessero a leggerne altre, che saranno precise, puntuali, dettagliate, e che davvero vi racconteranno tutto sulla vita di Simone Weil, sulla sua dottrina filosofica, sullo sterminato universo dei suoi pensieri, e su molto altro. In tal senso, sappiate che Adelphi è lì, pronta a fornirvi le fonti: ha pubblicato tutto di lei. E se non bastasse, potete trovare in giro pagine e pagine di saggi e di studi su questa figura eccezionale che Camus ebbe per primo – già, proprio lui! – il merito di presentare al mondo come un prodigio.

L’attenzione come amore

Personalmente, vi consiglio l’acquisto di due testi, giusto per cominciare; uno è di Simone Weil: La persona e il sacro (78 pagine, 7 euro), edito da Adelphi, che direi sia un’ottima sintesi del pensiero dell’Autrice, e certamente un testo bellissimo.
L’altro libro è Ritratti di donne, dell’ottimo Pietro Citati (336 pagine, 11 euro), pubblicato da Rizzoli, solo uno dei numerosissimi tentativi di raccontare Simone, la sua vita e il suo pensiero, ma un tentativo riuscitissimo e davvero ben scritto! Il libro presenta diversi personaggi femminili, ma la sezione dedicata a Simone Weil è davvero appassionata, avvincente, e in tutto notevole!
La citazione da Attesa di Dio di Simone Weil, infine, credo riassuma tutto il Sacro presente in lei, quello capace di andare oltre l’apparenza delle cose, quello capace di lasciarsi intercettare non tanto da chi sa tante cose o ne conosca molte, ma da chi, semplicemente, ha scelto l’attenzione come amore, prima tra tutte le virtù, la via più grande:

Ho sempre creduto che l’istante della morte sia la norma e lo scopo della vita. Pensavo che, per quanti vivono come si conviene, sia l’istante in cui per una frazione infinitesimale di tempo penetra nell’anima la verità pura, nuda, certa, eterna. Posso dire di non avere mai desiderato per me altro bene.

Fonte: lucialibri
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